Veglia per il lavoro 2019

02-05-2019

VEGLIA PER IL LAVORO 2019

Riflessione del vescovo di Padova, mons. Claudio Cipolla

Giovedì 2 maggio, c/o ESKA (Este)

Lo scorso anno, nella Veglia per il lavoro vissuta in un’azienda dell’Alta Padovana, avevo auspicato che quella fosse la prima tappa di un viaggio da compiere negli anni successivi, in altri luoghi di lavoro. Quell’auspicio si è realizzato: siamo qui, in questa ideale seconda tappa, in questa azienda della cosiddetta “Bassa Padovana”, per vivere l’incontro tra Vangelo e lavoro, tra Vangelo e impresa, tra Chiesa e territorio. La scelta è stata orientata dalla visita che sto vivendo alle comunità cristiane di questa terra presso la quale sto trascorrendo un po’ di giorni.

Ringrazio la famiglia Scucchiaro, e tutti i collaboratori, per l’ospitalità che ci stanno offrendo. Ringrazio tutti voi, imprenditori, lavoratori, autorità, associazioni e sindacati, scuole e parrocchie, per essere qui, anche perché so che questo momento è frutto del lavoro condiviso di molti. Ringrazio in particolare i rappresentanti delle diverse organizzazioni anche per il momento che avete vissuto il primo aprile, nel quale avete raccontato alle comunità cristiane, attraverso la presenza di alcuni presbiteri e gli operatori della pastorale sociale della zona, la situazione di questo territorio e le vostre preoccupazioni.

A più riprese, in questi mesi, ho visitato diverse comunità di questa vasta area della Provincia di Padova. Vorrei anzitutto dirvi che ne ho colto fin da subito la grande bellezza. La sua storia e le sue cittadine ricche di segni di cultura e di fede; le sue comunità vive e ricche di talenti, anche imprenditoriali; le sue vaste estensioni di terra coltivata; il profilo dei colli Euganei e la maestà dell’Adige; la preziosità dei molti corsi d’acqua. Questa terra è benedetta da Dio, e Lui l’ha creata come “casa” anche per la sua creatura prediletta, l’essere umano. Mi è ritornato nel cuore, in più occasioni, un versetto del salmo 23: “Del Signore è la terra e quanto contiene, l’universo e i suoi abitanti”: Terra e abitanti di questa terra sono del Signore. All’uomo Egli l’ha affidata, perché la coltivasse e la custodisse. Lo sguardo del Signore è rivolto allo stesso tempo alla terra e ai suoi abitanti, quasi fossero indistinti, inseparabili. E in effetti, nel tempo è stato così.

Per abitare la terra, gli uomini e le donne nei secoli hanno dovuto “addomesticarla”, con quell’ingegno e quella capacità creativa dati da Dio stesso.

L’incontro con questa terra spesso, soprattutto nel passato, è stato una lotta, dove l’essere umano più volte ha perso, sotto i colpi di fenomeni naturali incontrollabili; ma molte volte l’uomo ha raggiunto un equilibrio sapiente, soprattutto quando il suo “dominio” sulla terra e le altre creature è stato non dispotico, ma armonico, fatto di trasformazione e di cura, di opere umane e di valorizzazione dei ritmi naturali, di azione e di rispetto profondo. Ho potuto apprezzare direttamente questi intelligenti interventi soprattutto nelle capacità ingegneristiche per il controllo delle acque. Questo equilibrio va sempre riconquistato, quasi da ogni generazione. Oggi forse in modo del tutto inedito. Infatti ora, a motivo delle grandi capacità e del grande potere che l’uomo ha acquisito con il proprio ingegno, le parti sembrano essersi invertite: è la terra che corre il rischio di essere sconfitta dall’uomo, di esaurire la sua capacità di nutrire, di essere “casa”, di manifestare la sua bellezza e dunque di parlarci di quel Dio che l’ha creata e a cui appartiene ancora oggi. Questo è il tempo dove corriamo fortemente questo rischio, che in realtà non possiamo permetterci, perché ne va della nostra stessa vita.

La nostra preghiera di oggi è un’invocazione corale affinché la Sapienza ispiri tutti noi, ciascuno nel suo ruolo, a fare scelte capaci di ristabilire l’equilibrio tra il nostro agire e i ritmi della terra, tra il coltivare e il custodire, tra il lavoro e la cura; e scelte capaci di rilanciare lo sviluppo, secondo un modello sostenibile, sia per questa terra tra l’Adige e i Colli, amata da Dio, ma anche per tutto il nostro territorio.

Vorrei offrire tre spunti concreti alla riflessione, frutto dell’ascolto delle tante voci raccolte in questo tempo.

  1. Ogni territorio porta con sé un messaggio, che è anche una vocazione. È come se Dio, in ogni luogo mettesse segnali che ci dicono come poterlo abitare, valorizzare, nutrircene e rigenerarlo. La scoperta della vocazione di un territorio passa attraverso una lettura profonda, quasi contemplativa, delle sue caratteristiche, delle sue risorse, dei suoi valori intrinseci, delle sue potenzialità. Questa terra ci parla, anche con le sue ferite di oggi (inquinamento, cementificazioni ecc.): ascoltiamola!

Non esistono territori muti, che possono essere trattati come mere piattaforme ineguali e indistinte, o come semplici “cave” di materiale inerte. La vita di un territorio e degli uomini che lo abitano cresce attraverso una mutua relazione, quasi attraverso un dialogo, capace di recepire messaggi e segnali. Proprio questa più consapevole relazione, quasi contemplativa, può suggerire un nuovo modello di sviluppo, capace di ridare slancio e speranza a queste meravigliose terre. Un modello rispettoso, rigenerativo, denso di valori naturali, culturali e spirituali, a servizio del bene di tutti e di ciascuno.

Se un territorio scopre in profondità la propria vocazione, non si chiuderà in se stesso – perché la vocazione è comunque sempre “chiamata” – e non rischierà di essere un “corridoio” dove chiunque può venire, sfruttare e andarsene indisturbato; sarà invece capace di esprimere una vera progettualità per un futuro migliore per tutti.

  1. La qualità dello sviluppo è obbligo verso le nuove generazioni, è sguardo comunitario e visione del futuro.

Ce lo insegna la Bibbia: Dio ha chiamato l’essere umano a “dare il nome alle altre creature”. È la chiamata alla responsabilità, che, tra l’altro, fa dell’uomo la creatura simile a Dio, nella cura verso le altre creature. Espressione della responsabilità e della cura è proprio quella di scoprire e realizzare la vocazione di un territorio e delle sue risorse.

Vorrei sottolineare che questo è un lavoro comunitario. Non lo si può fare da soli. Immaginare processi di sviluppo è un lavoro non dei singoli, ma delle comunità, e di comunità che sanno mettersi insieme, tra loro.

Non possiamo difendere interessi particolari, ma siamo costantemente chiamati ad entrare, tutti insieme, in un’ottica di bene comune per tutti, in una dimensione a largo raggio. In tanti mi hanno detto che quest’area della provincia soffre di eccessiva frammentazione: comuni troppo piccoli, aziende troppo piccole, ecc. La frammentazione non permette sguardi ampi, non permette prospettive inclusive, non permette la valorizzazione piena di ogni particolarità, non permette di immaginare progetti a lunga scadenza, non permette di capirsi.

  • Mettersi insieme chiede passi concreti: il rischio è di cadere nella trappola di pensare che il tempo speso per cercare di camminare insieme sia tempo perso.
  • Mettersi insieme chiede di rinunciare a qualcosa: il rischio è di cadere nella trappola di pensare che trattenere a tutti i costi una cosa per se stessi ci permetta di conservarla veramente.
  • Mettersi insieme chiede capacità cambiamento: la trappola è di pensare che basti difendere lo status quo per conservare la propria identità e le proprie peculiari caratteristiche.

L’identità si conserva sempre e solo nella relazione, nella collaborazione, nella condivisione di sogni. A volte anche nell’unione vera e propria. E per lavorare insieme occorre spirito di alleanza, a tutti i livelli, e tanta fiducia reciproca, che si costruisce poco a poco, con passi certi e coraggiosi.

  1. La nostra progettualità comunitaria è possibile poi individuando priorità precise: tra queste, oltre al rispetto del creato, il lavoro. Un lavoro buono, degno della persona, solidale.

A questo proposito mi sembrano importanti alcune cose.

  • Queste terre soffrono oggi le conseguenze di un lavoro costruito a scapito della salute. Noi dobbiamo ribadire con forza che lavoro e salute non sono inconciliabili, se ci si mette coraggio, inventiva, e se si rinuncia a una spregiudicata massimizzazione del profitto ad ogni costo.
  • Il lavoro può essere luogo di tremende ingiustizie. Non possiamo approfittare di nessuno, mai. Anche i lavori più umili siano compiuti nella legalità e nella giustizia, perché di fronte a Dio ogni lavoro ha la stessa medesima dignità di tutti gli altri. Non possiamo sporcare queste terre con il lavoro nero, con il caporalato, con lo sfruttamento, con la mancanza di sicurezza, con il lavoro sottopagato.
  • Senza imprenditori non c’è lavoro. Sosteniamo gli imprenditori che rischiano con ingegno e risorse, per creare lavoro e produrre beni utili, e che amano in profondità questo territorio.
  • La promessa solo numerica di posti di lavoro non basta. Dobbiamo accettare che ci venga offerto solo lavoro buono, quello che rende protagonista il lavoratore, quello che gli permette di sentirsi sempre “essere umano” in ogni momento del lavorare, quello che permette il ritmo del riposo e della festa, quello che permette a ciascuno la gioia di guadagnare il pane, con dignità.

Un pensiero conclusivo va alle comunità cristiane: siate sempre efficaci sentinelle del territorio, anche con il coraggio di interessarvi e intervenire; siate propositive con la forza dei criteri del Vangelo, sulle questioni sociali ed economiche. Il Signore vi ha affidato il compito di custodire il suo giardino e i suoi figli, tutti, senza distinzioni perché sua è la terra e i suoi abitanti e ciascuno di voi è suo inviato.

Come ci ha insegnato Papa Francesco, «tutti i cristiani, anche i Pastori, sono chiamati a preoccuparsi della costruzione di un mondo migliore. Il pensiero sociale della Chiesa è in primo luogo positivo e propositivo, orienta un’azione trasformatrice, e in questo senso non cessa di essere un segno di speranza che sgorga dal cuore pieno d’amore di Gesù Cristo».

Il Signore benedica la nostra terra, l’uomo e i suoi lavori, e ci accompagni ad orizzonti sempre più degni dei figli di Dio.

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