Vespri solenni con Te Deum di ringraziamento – 2020

31-12-2020

VESPRI SOLENNI

CON TE DEUM DI RINGRAZIAMENTO

31 dicembre 2020 – Basilica Cattedrale di Padova

Omelia

Ci ritroviamo nella chiesa Cattedrale come comunità parrocchiali del centro storico. Dò il benvenuto e un abbraccio di pace e di amore ai cristiani della Cattedrale e alle comunità di Ognissanti, dell’Immacolata, dei Servi, di San Tomaso, di San Benedetto, di San Nicolò e di Sant’Andrea. E a chiunque sia presente per ringraziare con noi il Signore Gesù.

È la prima volta che ci incontriamo per pregare insieme con i primi vespri della Madre di Dio e spero che, pur essendo l’ultimo giorno dell’anno, sia un inizio di nuova fraternità tra comunità.

Lo stare insieme fraternamente è la strada per dare vitalità alle singole comunità. Noi, qui presenti, siamo segno che un lucignolo fumigante, un resto, un piccolo residuo c’è ancora nelle gloriose e storiche parrocchie del Centro storico. Con tanta premura e delicatezza vi chiedo di ripartire da questi frammenti, da questi residui: questa è sempre stata la pedagogia di Dio. Dio è sempre ripartito dal piccolo gregge, dal resto di Israele.

Trovarci insieme, in questa occasione, esprime la comunione delle comunità attorno al vescovo che per grazia ci unisce agli apostoli di Gesù e, tramite la sua comunione con il santo Padre Francesco, alla Chiesa universale. La storia della salvezza e la Chiesa cattolica accolgono le nostre piccole comunità e ci inseriscono in un disegno divino. È in questo dialogo tra universale e particolare che collochiamo la chiamata di edificare le nostre piccole, povere, fragili chiese, capillarmente distribuite sul territorio, coltivando e servendo relazioni di amicizia a e di fraternità, costituendo quei contesti calorosi e affettuosi, capaci di far maturare i nostri figli e figlie nella fede, sostenendo le piccole esperienze ecclesiali delle nostre case, come piccole chiese domestiche.

Il trascorrere degli anni comporta evoluzione, cambiamento, mutazioni nella cultura e nella vita delle società: ne siamo contenti perché nessuno di noi vorrebbe tornare ai secoli passati. Anche noi cristiani camminiamo e ci modifichiamo. Non è più il tempo della cristianità ma è sempre tempo prezioso e di grazia: è sempre il tempo della fede dei cristiani. È tempo di quel consegnarsi a Dio e alla sua volontà che vede in Maria, la Vergine Madre di Dio, come archetipo e modello della fede semplice e adulta. Maria si consegna, si abbandona e viene proclamata beata perché ha creduto nel realizzarsi della Parola del Signore, anche sotto la Croce.

Ciò che celebriamo stasera al termine di un anno è un atto di culto solenne. È la liturgia delle ore con la quale la Chiesa presenta a Dio il tempo. Siamo nel contesto della adorazione del Signore glorificato la cui presenza è resa visibile e percepibile dal segno dell’Eucarestia di cui ogni domenica ci nutriamo. È solenne anche perché ci siamo noi: i fratelli di Gesù, i figli di Dio che si sono dati appuntamento per dirgli “Grazie”, per cantare «noi ti lodiamo Dio e ti proclamiamo Signore». E siamo contenti di farlo proprio per quest’anno 2020.

Quest’anno, infatti, è stato segnato da difficoltà che hanno richiamato l’attenzione dei media e ci hanno permesso di percepire la nostra fragilità di creature. Sapevamo già di essere fragili creature ma la novità è che ce ne siamo accorti! Sono stati rilevanti i tanti riferimenti alla universalità del Covid, i problemi legati alla gestione della sanità, le tensioni a livello economico e sociale, i problemi dell’ambiente, della comunicazione nella quale spesso ci si perde; sappiamo che quanto avviene in Cina riguarda anche noi, come quello che succede in Spagna o in Brasile (permane tanto silenzio sull’Africa…).

Di stabile c’è che per tanti popoli del mondo è sempre stato così, è così da tanto tempo e non si prevede che ci siano imminenti cambiamenti. Le scelte politiche ed economiche del sistema mondiale generano di fatto povertà, guerre, disuguaglianze, ingiustizie…

L’avverbio “insieme” è ripetuto molto più spesso e sembra la condizione necessaria per il progresso dell’umanità. Non ci si salva da soli dalla pandemia ma nemmeno dalle altre sciagure dell’umanità. Solo insieme se ne esce. Anche il Santo Padre lo sta sottolineando riguardo alla distribuzione del vaccino anticovid.

In questo Vespro solenne, in questa adorazione pubblica, le comunità cristiane proclamano la loro fede. Sanno di essere nelle mani di Dio al quale appartengono il tempo, i secoli e gli anni. In mezzo alle vicende del mondo e della storia leggono la Signoria del Padre e di Gesù, il Signore della storia e il Re dell’Universo.

E insieme ci aiutiamo a vedere i segni del suo Regno che avanza. Anche quest’anno! Quello che si conclude, anch’esso, è un anno di Grazia! Il breve tempo di silenzio ci aiuti a discernere la presenza del Signore in questo anno perché siamo certi che lui è stato con noi.

Certamente è stato un anno di inquietudini, di domande profonde che riguardano il senso di quello che viviamo e sperimentiamo, un anno agitato tra paure e preoccupazioni, con avvisaglie di nervosismi sociali e talora di rabbie appena assopite.

Ma proprio in questi contesti, le comunità dei credenti manifestano di possedere un tesoro. Hanno una parola da offrire nuova e rara, quella di Dio; hanno un pane, quello dell’Eucarestia, che è carità, amore, fraternità; si tratta di doni offerti a tutti perché ricevuti gratuitamente da Dio.

E allora cantano: noi non siamo più dipendenti della legge (della nostra capacità organizzativa, della nostra intelligenza, della nostra scienza e tecnica), noi siamo figli, figli di Dio!

Quel vecchio che muore e che muore da solo, e il cui corpo è messo in un sacco nero: è figlio di Dio, quella donna che non trova lavoro, è figlia di Dio, quelle persone che vengono alle nostre cucine popolari o che sono ospiti all’OPSA sono figli e figlie di Dio…

Il canto che la Chiesa diffonde con le parole e con le opere è sempre lo stesso. Con le sue liturgie e preghiere e con i suoi gesti di carità diciamo: siamo figli di Dio.

È il canto che non sempre altri conoscono ma che noi custodiamo nel cuore perché viene da Dio. È il canto che ci spinge a studiare e essere competenti nelle scienze e nelle tecniche.

È con questo canto che cerchiamo i segni dell’amore del Padre nell’anno che è appena terminato: un amore che non è mancato, mai. E le nostre comunità lo sanno e lo fanno ascoltare ai loro figli e agli amici del loro quartiere.

Noi attraversiamo i tempi guidati da questo canto, affrontiamo le difficoltà e le tempeste ma questo canto ci apre a una speranza che non trova limiti: noi apparteniamo a Dio, guardiamo e speriamo in lui, siamo suoi figli e abbiamo la certezza di essere fortemente sostenuti dalle sue mani.

Sappiamo che anche i morti non sono stati abbandonati nelle mani della morte; per testimoniare questa fede siamo stati nei cimiteri ad accogliere le salme che provenivano dalla Lombardia.

Siamo debitori verso i nostri figli e fratelli dell’annuncio della salvezza che il Signore ha voluto donarci. Di questa salvezza e in questa salvezza, il Signore ci vuole formare perché a nostra volta consoliamo chiunque giace nelle tenebre e nell’ombra della morte.

Ora non siamo più schiavi della legge, noi siamo figli, figli di Dio; ora vogliamo cantare, ora vogliamo gridare: “Abba” “Padre”!

E anche per il 2020 aggiungiamo: “Alleluja”!

+ Claudio Cipolla

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