Ritrovata nel Palazzo vescovile l’antica cappella voluta dal vescovo Pietro Donato, dedicata al secondo vescovo di Padova con affreschi inediti di Giovanni D’Alemagna che propongono una nuova lettura sulla pittura veneta del tempo
È stata “ritrovata”, restaurata e ora riportata a nuova vita la Cappella di San Massimo, voluta dal vescovo Pietro Donato (1390-1447), all’interno del suo progetto di decoro del Palazzo vescovile di Padova. E oggi, martedì 29 settembre 2026, viene ufficialmente presentata dopo un’attenta opera di restauro, avviata tre anni fa con le prime interlocuzioni con la Soprintendenza.
La Cappella di San Massimo, che tornerà a essere luogo di preghiera per il vescovo (e per la comunità di presbiteri che vive con lui in episcopio), così come nelle intenzioni originarie del committente Pietro Donato, sarà però aperta al pubblico – che eccezionalmente potrà accedere all’appartamento episcopale – a ridosso dell’inaugurazione nei giorni di sabato 3 e domenica 4 ottobre, in quattro diversi orari di visita guidata: 10.15; 11.45; 15.15; 16.30 (su prenotazione obbligatoria https://acquistobiglietti.kalata.it/ e con biglietto di € 20 comprensivo di ingresso al Museo diocesano) e poi tutte le domeniche di ottobre e novembre 2026, con visita unica alle ore 16.30 sempre su prenotazione.
Tutto il ricavato delle visite sarà destinato al progetto Mi sta a cuore. Per Tiepolo e san Massimo che prevede il restauro di tre dipinti di Giambattista Tiepolo realizzati per la chiesa di San Massimo a Padova.
Il ritrovamento della cappella all’interno del Palazzo vescovile e il recupero di parte degli affreschi che la decorano (databili al 1437) riscrivono alcune pagine della pittura del tempo tra Padova e Venezia e portano alla luce un vero capolavoro dell’arte italiana in un momento fondamentale del passaggio dalla cultura figurativa del gotico internazionale a quella del primo Rinascimento veneto.
Tra le novità significative del recupero della cappella è il ritrovamento, seppur parziale, del ciclo di affreschi che il medico e umanista padovano Michele Savonarola nel 1446 lodava per la bellezza “… ut hominum oculos nimium oblectet”, realizzati da Giovanni da Ulma e – ulteriore elemento di importanza della riscoperta – la conferma della corrispondenza anagrafica tra Giovanni da Ulma e Giovanni d’Alemagna, pittore tedesco all’epoca residente a Venezia, futuro cognato e socio di Antonio Vivarini con cui pochi anni dopo avrebbe partecipato alla decorazione della cappella Ovetari. Persi durante i bombardamenti gli affreschi della cappella Ovetari, quelli ritrovati ora nel palazzo vescovile risultano una testimonianza unica e fondamentale dell’opera di Giovanni d’Alemagna anteriore al 1440, che ne tracciano anche una personalità che supera l’aspetto meramente decorativo e sottolineano una propria cifra stilistica.
«Se la figura di Giovanni d’Alemagna si presenta ancora oggi sfuggente e complessa – sottolinea il direttore del Museo diocesano, Andrea Nante, nel saggio in pubblicazione nell’ultimo numero di Arte Veneta 82/2025 – da questo ciclo è possibile iniziare a capire quale fosse la fisionomia artistica del pittore tedesco a metà degli anni Trenta, quali i suoi riferimenti e i suoi modelli e, conseguentemente, quale possa essere stato il suo ruolo e apporto nella bottega del Vivarini». «I dati che emergono dagli affreschi della cappella di San Massimo – prosegue Nante – rivelano il profilo di un artista composito, ricettivo alle novità presenti a Padova e in laguna a inizio del quarto decennio del Quattrocento; un pittore per niente attardato e arcaizzante, come la critica fino a pochi anni fa lo ha considerato, esclusivamente in rapporto al periodo corrispondente agli anni del suo sodalizio con il più giovane Antonio Vivarini, dato che nulla del suo lavoro prima del 1440 era noto per valutare il profilo artistico di Giovanni d’Alemagna».
La cappella ritrovata e riportata il più possibile vicino alla sua struttura originaria, si compone di due campate quadrate voltate a crociera, impostate su eleganti peducci dal motivo fogliato (quelli centrali riportano lo stemma del vescovo Pietro Donato), e termina in una piccola abside semicircolare a oriente. La pavimentazione originaria era in cotto. Anticamente era provvista di due finestre nella parete meridionale. Le trasformazioni nel corso dei secoli hanno modificato in maniera importante l’ambiente, con l’apertura di tre porte a tutto sesto e una finestra al centro dell’abside e la demolizione di un tramezzo dipinto; interventi che hanno penalizzato e danneggiato pesantemente l’apparato decorativo. La struttura dell’ambiente risale al 1432, come dice un’iscrizione sull’architrave che riporta titolo, data e committente: “MAXIMO SANTISSIMO PATAVIAE SECVNDO PRESVLI PETRVS / DONATVS EPISCOPVS PADVANVS FECIT MCCCCXXXII”.
Gli affreschi sono successivi: il vescovo Donato, che poco risiedeva a Padova per impegni diplomatici, stipulò il contratto per la decorazione il 25 febbraio 1437 con Giovanni da Ulma, prevedendo un compenso di 120 ducati e l’inizio dei lavori il 4 aprile successivo al termine delle festività pasquali.
Le decorazioni superstiti nella volta e nell’abside riportano episodi della vita di Cristo nelle lunette e lungo le pareti. Le nervature delle arcate sono dipinte con motivi floreali. Nell’arcata che divide le due volte si ritrovano sette clipei con le figure di altrettanti profeti (alcuni riconoscibili dai cartigli: Daniele, Abdia, Aggeo, Ezechiele, Sofonia). Sulla prima crociera dell’ingresso, accompagnati da coppie di angeli, sono raffigurati quattro padri della Chiesa – Gregorio Magno, Ambrogio, Girolamo e Agostino – mentre nella seconda erano probabilmente rappresentati i quattro evangelisti anch’essi affiancati da angeli.
Nell’abside si ritrova lo stemma del vescovo Donato, motivi floreali e figure a monocromo delle virtù, di cui però è riconoscibile solo la Fortezza. Un velario dipinto di raffinato tessuto broccato rosso con motivo a cardo, drappeggiato e appeso con anelli, decorava il giro absidale. Da ciò che rimane del catino absidale è presumibile ci fossero le figure dei santi Pietro e Paolo su superficie dorata e al centro la figura di Cristo con quattro serafini accanto al suo volto, composizione che riprenderebbe l’iconografia antica della Traditio Legis.
Sulle pareti laterali la decorazione era organizzata su tre registri: in alto le lunette figurate con storie della vita di Cristo, al di sotto le “hystorie pizole” (con tutta probabilità tratte dall’Antico Testamento) e in basso una decorazione a specchiature quadrate, a finto marmo e a “straforo”.
Seppur danneggiato il ciclo pittorico rappresenta una testimonianza fondamentale del passaggio tra il gotico internazionale e il primo rinascimento: «I fondali dorati e i rilucenti ornati metallici che ritroviamo nelle figure di tre padri della chiesa – Girolamo, Ambrogio e Agostino – e negli angeli con le loro ali fiammeggianti – precisa Andrea Nante – mostrano una cultura ancora ben permeabile al gotico internazionale. Ma nelle scene delle pareti traspaiono più nettamente umori di un Rinascimento embrionale: i cieli si fanno atmosferici seppur sfumati d’oro, i terreni rocciosi che vanno a scandire i piani negli scorci paesaggistici rivelano una nuova spaziosità e l’architettura dipinta si libera delle forme gotiche, aggiornandone la grammatica; i corpi nei volumi e gesti recuperano una costruzione plastica ravvisabile proprio in opere successive di Giovanni d’Alemagna e Antonio Vivarini. Così pure le iscrizioni in gotica rotunda affiancano la scritta epigrafica della dedicazione in capitale proto umanistica».
«Circa tre anni fa – commenta il vescovo Claudio Cipolla – mi sono lasciato persuadere ad avviare il progetto di recupero della cappella di San Massimo, motivato anche dal desiderio di dotare l’episcopio di un luogo di preghiera per la comunità dei presbiteri che abita con il vescovo. Ed è partita la straordinaria avventura della ristrutturazione. È stata per me un’esperienza di continue scoperte quotidiane, ma anche un’occasione per apprendere dalla passione e dalla pazienza dei restauratori la precisione di un lavoro “chirurgico”. Il percorso di restauro è diventato una sorta di pellegrinaggio interiore nella storia e nella bellezza, un tributo di memoria grata e devota a uno dei primi santi vescovi della nostra Chiesa diocesana, ma anche al vescovo Donato che l’ha voluta. La cappella di San Massimo, nel cuore del Palazzo vescovile, non è una mera reliquia del passato, né semplicemente un bene artistico da conservare con rispetto. Appartiene a quei luoghi nei quali la storia della Chiesa di Padova, la bellezza e la preghiera s’incontrano e si lasciano reciprocamente illuminare».
L’intero percorso di recupero della Cappella di San Massimo ha visto la stretta collaborazione tra il direttore del Museo diocesano, Andrea Nante, che fin dal 2007 aveva individuato gli spazi dell’antica cappella nel palazzo vescovile; il Servizio diocesano per l’arte sacra e i beni ecclesiastici, la Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Padova, Treviso e Belluno; Giordano e Guglielmo Passarella con i restauratori Fabio Dupré e Stefania Scabia di Passarella Restauri srl.
Il restauro della Cappella di San Massimo e dei suoi affreschi è stato possibile grazie ai fondi dell’8xmille alla Chiesa cattolica. Un ringraziamento speciale va ad alcune aziende e professionisti che hanno con generosità offerto interamente o in parte le proprie prestazioni: Antica Fornace Carraro di Piove di Sacco; Borin comm. Dino & Figlio Arte del Restauro di Arquà Petrarca; Cacco Serramenti di Padova; il fotografo Mauro Magliani (Padova); Studio associato 7 11 progetti di Piove di Sacco; Exenia Illuminazione di Calenzano (Fi).





