Messa del Crisma

L'omelia del vescovo Claudio – Giovedì Santo 14 aprile 2022 – Basilica Cattedrale Padova – le foto – il video

Cari fratelli e sorelle che, in forza del Battesimo, avete ricevuto il dono del sacerdozio,

cari diaconi, presbiteri, vescovi,

è bello ritrovarci tutti insieme quest’anno, dopo tre anni, convocati per questa Celebrazione del Crisma: unica dell’anno, unica nel territorio della nostra Diocesi. L’unicità di questa convocazione è per indicare l’unità della Chiesa, o meglio per ricordare alla Chiesa la strada dell’unità e della comunione come la grande vocazione offerta al corpo di Cristo: “un solo corpo, un solo spirito”, come uno solo è il Cristo.

Il costruttore dell’unità è lo Spirito del Signore risorto che dà vita a ogni cosa, a ogni sentimento e a ogni azione: questa nostra solenne assemblea, che abbraccia anche gli assenti per malattia o per età, che si inserisce in comunione spirituale con i santi, i beati, i servi di Dio e con tutti coloro che sono in cielo, che ricorda e porta nel cuore coloro che sono in missione fuori diocesi, questa nostra assemblea è un’esperienza spirituale che indica alla nostra Chiesa il cammino quotidiano. Indica la verità più profonda della nostra identità: uomini e donne consacrati nel battesimo per il vangelo. È una sosta che ci rinfranca verso la piena comunione in Cristo.  Questa immagine di comunione e di unità è la meta alla quale tendiamo su questa terra e che ci aspettiamo come dono e grazia.

Dopo la pandemia, con tutti i suoi risvolti sociali e psicologici, economici e politici, è arrivata anche la guerra, ipotesi che ci sembrava assurda alla luce delle riflessioni che le recenti celebrazioni del centenario della prima guerra mondiale. “Mai più guerra”, “Con la guerra tutto è perduto”, “Strage inutile” abbiamo ripetuto! Qualche filmato, qualche testo poetico e letterario, qualche fotografia avevano rinnovato la certezza che la guerra è sempre senza senso, disumana, crudele.

A essere sinceri le stragi di tante persone nel Mediterraneo e lungo le rotte balcaniche lasciavano qualche dubbio circa la convinzione che non ci saremmo più uccisi tra noi. Anche l’indifferenza infatti provoca morti, anche il respingimento lascia sulla coscienza di chi ha i mezzi per intervenire la vita di bambini, di donne e uomini che muoiono nel tentativo di uscire dalle attuali schiavitù d’Egitto.

Così è invece successo: la guerra è tornata in Europa, addirittura ha rischiato e rischia di coinvolgerci e non solo politicamente ed economicamente: una situazione terribile soprattutto per la potenza che il nucleare può sprigionare. D’altra parte, se le bombe nucleari ci sono, possono essere attivate!

Dentro questo quadro complesso stiamo predisponendoci ad aprire, dopo una significativa preparazione, il nostro Sinodo diocesano. Queste tensioni, questi drammi ben evidenziano il male e il dolore che attanagliano le nostre società, i nostri cristiani e anche le nostre Chiese. Abbiamo indetto il Sinodo per ripensare alla nostra missione di cristiani, per dire l’urgenza della nostra missione, avendo sotto gli occhi – noi che a volte abbiamo memoria corta – il terreno dove seminare: il Sinodo diocesano ci chiede di affrontare, camminando insieme, il servizio al mondo. Non si tratta di cose o di progetti da realizzare ma di una cultura, di mentalità e di costumi da umanizzare. Un servizio a cui siamo richiamati dal Concilio e prima ancora dal Vangelo.

Se da una parte ci sono donne e uomini scoraggiati, oppressi, soli, ammalati, poveri, dall’altra ci sono anche donne e uomini senza-ideali, senza sensibilità, ripiegati nel proprio benessere, approfittatori, ladri, violenti…: è il mondo dove vivono zizzania e grano buono!

Gesù ha amato i suoi che erano nel mondo, li ha amati fino alla fine. Anzi ha amato i suoi e ha amato il mondo: in questo suo amore, nella donazione di se stesso, Gesù ha aggregato anche i suoi discepoli, tra i quali abbiamo la grazia di sentirci anche noi.

La messa del crisma ci permette di ravvivare in particolare la vocazione di noi ministri ordinati. Anche se la liturgia prevede la partecipazione di tutto il popolo di Dio, le proporzioni della nostra diocesi privilegiano oggi la presenza soprattutto dei presbiteri.

Carissimi, questa sera insieme con l’olio porterete alle vostre comunità il vostro rinnovato impegno e la vostra rinnovata disponibilità a servire le comunità cristiane. E annuncerete che Gesù avendo amato i suoi che sono nel mondo li amò fino alla fine.

Fino alla fine: guardandoci in faccia vediamo le nostre stanchezze e le nostre delusioni, forse vediamo qualche tratto in noi stessi e nei confratelli del volto di Gesù che obbedisce al Padre che lo chiama ad amare ancora e… ancora. Vorrei dirvi che è per noi fondamentale fissare il nostro sguardo su Gesù e osare il cammino del dono di noi stessi, che prosegue, come il suo, fino alla fine, con tutto noi stessi.

Che sia questa la nostra vocazione? Che sia questa la profondità del nostro ministero di educatori dell’amore delle nostre comunità e dei fratelli e sorelle al cui servizio il Signore ci ha collocati? Che in questo momento la nostra vocazione ci collochi proprio in quel “fino alla fine”?

Rinnovare le nostre promesse e accogliere di nuovo l’unzione che abbiamo ricevuto oltre che nell’Iniziazione cristiana anche nell’ordinazione presbiterale è collocare nella verità il nostro incontro del giovedì santo: Uomini chiamati e mandati in mezzo al mondo proprio dove c’è il male, l’iniquità, il peccato, in mezzo al dolore e alle sofferenze, tra le ingiustizie e gli odi: fino in fondo, nell’abisso del male, per portare quella consolazione che il Signore ha affidato alla sua Chiesa. È commovente questo pensiero se consideriamo che anche noi abbiamo purtroppo compromessi con il male sia nella nostra vita individuale sia in quella ecclesiale e con speranza e rispetto usiamo l’olio dei catecumeni, quello che rende forti in quella lotta che ci vede sempre deboli.

Si disegna in questo modo uno dei compiti più belli assegnato ai credenti. Non tanto conservare il passato o difendere le tradizioni quanto piuttosto custodire il futuro. Custodire la vita, le relazioni e gli affetti, il creato, l’amore, la giustizia, la bellezza. Lo sguardo al futuro si appoggia sulla fede, apre alla speranza, ci rende coraggiosi, ci rende vivi e creativi. Non per snobbare il passato ma per rispettarlo e consegnarlo ancora rigoglioso e vivo al futuro, distribuendo come faremo con l’olio lo Spirito del risorto alle nostre comunità. E lasciandocene permeare interiormente innanzitutto noi, presbiteri e diaconi, aiutandoci reciprocamente nei nostri incontri fraterni.

Fino al compimento dunque, insieme, per rispondere alla nostra vocazione.

A nome del popolo di Dio vi ringrazio per il dono che ciascuno fa di se stesso sull’esempio e con la forza di Gesù, il Signore.

+ Claudio, vescovo

Gli auguri al vescovo da parte del vicario generale a nome di tutto il presbiterio