Custodire l’umano nella trasformazione con la lente di MAGNIFICA HUMANITAS
Festival Salute – Aula Magno Palazzo Bo
Padova, 14 ottobre 2026
«Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile» (MH 1).
Sono alcuni passaggi dell’incipit di Magnifica humanitas (MH), la prima enciclica di Papa Leone, che ripropone con un linguaggio aggiornato la dottrina sociale della Chiesa. Uscita il 15 maggio scorso (135 anni dopo la prima enciclica sociale della Chiesa, Rerum novarum di Leone XIII), MH ha avuto una grande risonanza nel mondo laico soprattutto per la centralità accordata alle sfide etiche dell’IA.
Ma MH non parla solo dell’IA.
La chiave interpretativa di MH è racchiusa nell’espressione del sottotitolo: “lettera enciclica sulla custodia della persona umana nell’epoca dell’IA”.
Il ruolo sociale del cristianesimo è condensato qui: la custodia della persona umana.
MH parla primariamente dell’essere umano, della sua dignità da salvaguardare nell’attuale condizione storica, paragonata dal papa a un grande CANTIERE, contrassegnato da importanti trasformazioni culturali, sociali, economiche, dalle sfide nuove che vengono dal potere crescente della tecnica e dell’IA, con il suo sviluppo imprevedibile e incontrollato.
La dottrina sociale della Chiesa – un esempio straordinario di dialogo critico e reciproco tra Chiesa e mondo moderno – offre cinque criteri di discernimento che possono aiutare le generazioni contemporanee a custodire la persona umana e la sua dignità nell’epoca dello sviluppo impressionante della tecnica: i criteri del bene comune, della sussidiarietà, della solidarietà, della giustizia sociale, della destinazione universale dei beni.
Fin dall’inizio MH evoca due racconti biblici (n. 7. 8. 10.90), per significare le due possibili scelte della comunità umana e civile – non solo cristiana – di fronte ai nuovi scenari:
– il primo racconto è la torre di Babele dove domina l’idea della potenza, dell’uniformità (tutti parlano la stessa lingua) e della forza dell’uomo. Il papa parla di – cito – «sindrome di Babele: l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni» (n. 10). Percorrere questa strada vuol dire perdere l’umanità, perdere quello che siamo in profondità a vantaggio della logica del profitto.
– C’è un’altra strada che si può percorrere: quella raccontata dal libro di Neemia, un funzionario laico che si assume l’impegno di ricostruire Gerusalemme distrutta dopo l’esilio babilonese. Neemia non impone una sua idea, una sua soluzione dall’alto, ma valorizza la competenza di ciascuno (artigiani, sacerdoti, capifamiglia, donne e giovani) per ricostruire la città. Tutti sono responsabili e valorizzati: ricostruire vuol dire valorizzare la pluralità delle voci, ascoltare, dialogare, crescere insieme nella giustizia e nella fraternità (cf. n. 10).
Costruire all’insegna dell’arroganza, della competizione, oppure costruire all’insegna della convivenza pacifica, del dialogo, del rispetto dell’unicità della persona umana?
Di fronte a tale bivio, la dottrina sociale della Chiesa richiama alla memoria il fondamento di ogni discernimento etico o politico: la dignità incondizionata di ogni persona; «Il valore della persona non dipende da ciò che realizza o produce, ed esistono diritti che spettano a tutti per il solo fatto di essere persone» (51). Tale dignità «appartiene a ogni essere umano semplicemente per il fatto di esistere, di essere stato voluto, creato e amato da Dio» (52).
Qui si trova, dunque, il cuore dell’enciclica ovvero l’affermazione del carattere incondizionato e intangibile della dignità di ogni persona. La dignità umana – che viene espressa attraverso il linguaggio dei diritti umani: libertà, salute, lavoro, pace, sviluppo – viene prima degli stati, delle “patrie”, della politica, dell’economia, del benessere, dell’IA, della logica del profitto.
Il pericolo latente, infatti, dell’IA è quello di “stabilire che cosa conta e che cosa può essere scartato” (n. 92). In questo modo le persone vengano ridotte a cose, a oggetti, a ingranaggi, a dati. IA quindi non è un «semplice strumento “da usare bene”» (cf. 104), e non è mai uno strumento neutro, perché è in mano a pochi, segue la legge del profitto, in base ai dati inseriti può essere discriminante. Una delle regole da introdurre per arginare tale limite, secondo MH, è «la possibilità di identificare chi deve “rendere conto” delle decisioni» (105).
La custodia della dignità intangibile, incondizionata di ogni persona umana si manifesta soprattutto di fronte all’esperienza del limite: il termine compare 21 volte in MH. Nel mondo della scienza e dei nuovi poteri tecnologici, i limiti che accompagnano la natura umana sono spesso considerati come errori da eliminare, problemi da risolvere, non come una dimensione costitutiva della nostra esistenza, dove spesso emerge la nostra migliore umanità. Cito un passaggio dell’enciclica:
«Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (Magnifica humanitas 118).
L’enciclica elabora la prospettiva del limite in rapporto alle visioni antropologiche contemporanee legate allo sviluppo della scienza, alle “narrazioni di fondo” sull’essere umano che si stanno diffondendo: quelle del transumanesimo e del post-umanesimo (cf. n. 115). L’immaginario collettivo – ovvero le rappresentazioni, i simboli, le aspirazioni che fungono da sfondo culturale dello sviluppo scientifico e su cui fanno leva i poteri tecnologici (in particolare quelli legati all’IA) – è quello di un uomo “potenziato”, che supera, va oltre (post- o trans-umanesimo) la condizione umana, segnata dai limiti dell’età, della vecchiaia, della malattia, della morte.
Tali visioni antropologiche hanno forti ripercussioni sociali, condizionano scelte economiche, sanitarie, possono creare discriminazioni (come già avvengono in campo sanitario tra chi può permettersi cure o terapie e chi non può farlo). Una cultura o una società che non accetta il proprio limite e che non può sconfiggerlo con la scienza alla fine sceglie di eliminarlo. Di fronte al non senso di una malattia incurabile o di una condizione di vita “insopportabile” o considerata non “normale” la tradizione della cura, del prendersi cura su cui si regge la nostra storia del mondo della salute (case di cure, case di riposo, centri di assistenza, ospedali), appare insufficiente o poco redditizia.
È in gioco, dunque, il rapporto del singolo e della società con la fragilità o vulnerabilità e dunque con il limite della vita, che ci appartiene.
L’enciclica non si pone in maniera critica nei confronti della scienza o della tecnica o dell’IA ma nei confronti delle visioni dell’uomo soggiacenti: «se l’essere umano è trattato come materiale da perfezionare o da oltrepassare, allora diventa più facile accettare che alcuni vengano considerati meno utili, meno desiderabili, meno degni….Per questo è necessario distinguere con chiarezza: una cosa è integrare le tecnologie in una visione umana e relazionale, un’altra è lasciarsi guidare da una immaginario che svaluta il limite e promette una “salvezza” puramente tecnica» (117).
Il limite può essere inteso non solo come negatività, ma anche come condizione perché l’identità umana possa fiorire, esprimersi, cogliersi in profondità, ovviamente senza misticismi (il dolore rimane dolore, la malattia rimane malattia, la morte rimane morte).
Sono soprattutto le “situazioni-limite” che fanno percepire l’essere costitutivamente nel limite: una malattia, una ingiustizia subita, un fallimento, la morte. E l’umano realizza, “fiorisce”, non malgrado il limite, ma attraverso il limite, abitando – senza mistificazione – l’ambivalenza del limite, che rivela la miseria e la grandezza dell’umano. Le esperienze del limite possono farci sperimentare l’affetto o la solidarietà delle persone, e aprirci al mistero della trascendenza.
La verità dell’Incarnazione chiama in causa il tema del corpo, su cui l’enciclica si sofferma, mostrando la differenza tra l’IA e quella umana: «le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore non maturano nella relazione, non conoscono all’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità» (n. 99).
Papa Leone a conclusione del suo testo evoca alcuni ambiti di impegno, alcune piste di responsabilità quotidiana e pubblica per custodire la dignità umana anche nei suoi limiti: «disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo e il multilateralismo» (MH n. 213).
Insiste molto sulla cura delle relazioni. Tutto ciò che è possibile fare per curare o aiutare deve essere fatto. La scienza ha permesso di debellare malattie, di migliorare le condizioni di vita, di alleggerire il dolore (la medicina ha fatto grandi progressi nelle cure palliative). Ma la “carne umana” chiede sempre «di essere curata e riconosciuta da mani capaci di tenerezza» (MH n. 239), mediante la presenza fisica, il contatto del corpo, la condivisione, la prossimità. L’aiuto al prossimo, anche con la tecnologia più avanzata, senza che le mani tocchino la carne dei più fragili, senza che gli occhi si vedano, senza che i corpi si sfiorino, riduce l’uomo a un dato, a un algoritmo, a un oggetto da guarire.
L’invito del Pontefice è molto esplicito e illuminante soprattutto nel mondo della salute e della cura: «Curiamo le relazioni! In un’epoca che tende a velocizzare e frammentare, la carne umana continua a chiedere di essere curata e riconosciuta da mani capaci di tenerezza, da menti attente e da parole buone. La cultura digitale moltiplica le connessioni e offre nuove possibilità di incontro; tuttavia, il cuore umano conserva un bisogno irrinunciabile di prossimità. Invito a custodire luoghi e tempi in cui la presenza fisica rimane decisiva: la tavola condivisa, la comunità cristiana che si raduna, la visita a chi è solo, il servizio ai poveri. Sono segni di un’umanità che continua a credere che ogni corpo è tempio dello Spirito e casa di Dio, e proprio questa alleanza tra gloria e fragilità diventa criterio per valutare i modelli antropologici proposti dalla cultura attuale» (MH n. 239).
Da buon americano, il papa cita Tolkien che per bocca di uno dei protagonisti de Il Signore degli Anelli ha descritto così la nostra responsabilità: “Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare”. La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci che fanno argine alla disumanizzazione (Magnifica h. n. 213).
La cultura del potere e della forza può essere disarmata solo da una civiltà dell’amore, della cura, della prossimità lontana dalla spettacolarità. Il mondo della salute è uno dei campi della nostra magnifica umanità.
+ Claudio Cipolla
Vescovo di Padova
