Ordinazioni presbiterali
Domenica 24 maggio 2026
Padova, basilica Cattedrale
Omelia
Riguarda i ministeri ordinati episcopato, diaconato e soprattutto presbiterato, il fatto che spesso la liturgia esprima due sensibilità: quella del presbitero come sacerdote e quella del presbitero come pastore.
Nel primo caso emergono come tratti fondamentali la santità personale e la spiritualità. Al sacerdote quindi si affidano preghiere, si chiedono riti e benedizioni ed una vicinanza umana che lasci intravvedere quella del Signore stesso. Anche il suo comportamento, il suo modo di vestire e di relazionarsi, il suo stile di vita… tutto fa capo a codici comunicativi che trasmettono l’immagine di una persona diversa, staccata, sacra.
Nel secondo caso, del presbitero pastore, ci si attende che sia animatore di una o più comunità, che cerchi, promuova e coordini i diversi ministeri; gli si chiede di decidere, di prendere iniziative, di organizzare attività per i giovani, per gli anziani, per le famiglie. Ci saranno allora gite e pellegrinaggi parrocchiali, sagre e grest, campiscuola estivi. Il suo impegno più propriamente definito “pastorale” si può spingere a promuovere sensibilizzazione su temi legati al sociale, alla giustizia, alla pace…
Ovviamente ciascuna delle due accentuazioni – con tante sfumature diverse – è portatrice di ricchezza e manifestazione della molteplice azione dello Spirito Santo. Hanno però un limite: l’isolamento del singolo ministero rispetto alla comunità. C’è tutta una letteratura spirituale che ci ha accompagnato a vedere nel presbitero un monaco che sta in mezzo alle cose della gente. Anche nel campo della solidarietà ci sono bellissime figure che hanno dato e danno testimonianza dell’amore per gli ultimi e di poveri come un profeta. In mezzo a tutti ma solo, isolato: santo, ma solo; pastore, ma solo; profeta, ma solo. La comunità dà fiducia al presbitero e lo delega di vivere quanto è invece dono e impegno per tutti; d’altra parte il presbitero accetta ciò che invece appartiene a tutti i componenti della comunità.
Isolarci, anche se per santità o per carità, significa indebolire la testimonianza del Vangelo affidata alla Chiesa.
L’ordinazione di Marco, Filippo e Tommaso nella solennità della Pentecoste ci permette di vedere come destinatarie dell’esperienza dello Spirito siano sempre comunità: quella dei discepoli intimoriti ai quali Gesù, entrando a porte chiuse, fa il dono della Pace, dà l’incarico missionario, dona il suo Spirito (Ricevete lo Spirito Santo); l’altra comunità dei cristiani di Corinto ai quali Paolo evidenzia che sono molti i carismi e i ministeri ma uno solo è lo Spirito che li genera; e la comunità del cenacolo dove si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Tre momenti di comunità. È emozionante pensare e credere che anche noi stiamo vivendo la stessa Pentecoste e che lo Spirito scende su questa folta, variegata e santa assemblea.
«Vieni santo Spirito, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore». Ci saranno momenti di silenzio: sono quelli nei quali ciascuno trova spazio per la sua preghiera personale e accetta che lo Spirito, che colma il silenzio non di vuoto ma della potenza del Cristo Risorto, agisca su di sé e sui nostri tre candidati presbiteri. Umilmente chiediamo di accogliere su ciascuno di noi il fuoco della Pentecoste.
Pace a voi! Dice Gesù ai suoi discepoli, stando in mezzo a loro e mostrando mani e fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Anche per noi la gioia sta nel vedere il Signore e quindi dobbiamo portare gli sguardi a fissare il suo volto, la sua Parola, il suo Spirito. Non siamo noi a dare gioia ma lui: è Gesù il vero, sommo ed eterno sacerdote.
Gesù aggrega al suo sacerdozio le nostre comunità e tutti i cristiani che con lui compongono un corpo solo. Il riferimento a Gesù e al suo sacerdozio è fondamentale e fondante: è donato con il battesimo ricevuto nella fede della Chiesa, corpo di Cristo.
Non possiamo isolare il presbitero dal corpo ecclesiale perché significherebbe frantumare l’insieme, la totalità della presenza di Cristo nel mondo. Un prete è sacerdote, è santo, mediatore di grazie perché è unito al corpo ecclesiale il cui capo è Gesù. Anche voi tre come tutti noi, sarete nella gioia quando vedrete che giovani o anziani, ammalati o poveri, famiglie o singoli riconosceranno la Signoria di Gesù e lo incontreranno guardando le sue mani e il suo fianco. Spero e prego che a voi lo Spirito dia occhi capaci di riconoscerlo perché, come sappiamo, sempre la sua azione ci anticipa.
Gesù è anche il buon pastore, l’unico buon pastore! Egli conosce le pecore una per una, le ama singolarmente, non perde né trascura nessuna di loro; anzi cerca quella smarrita e prende sulle spalle quella ferita.
Egli ha affidato alla Chiesa – preferisco intenderla nella sua accezione di comunità fraterna e missionaria – l’attenzione a tutti i fratelli e sorelle che incrociamo nella nostra vita. Ogni comunità è portatrice del Vangelo a tutti, soprattutto ai più deboli e fragili. Soprattutto a coloro che incontriamo lungo la nostra strada quotidiana.
“Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi” almeno a quanti abitano accanto a noi, per prendercene cura così che nessuno si senta abbandonato dall’amore di Dio, che è il vero Vangelo di Gesù.
Le comunità sono eredi del sacerdozio e della presenza pastorale di Gesù, non i singoli, nemmeno i presbiteri.
Sottolineo questo aspetto perché dall’isolamento e dalla separazione dei ministri ordinati dalle loro comunità nascono molte delle nostre fatiche comunitarie.
Ad esempio le nostre celebrazioni sono spesso vissute da esperti che rischiano di limitare la partecipazione della comunità. Nella consuetudine della “delega“ si è trovata tanta parte della prassi pastorale. Anche la Caritas parrocchiale, i percorsi di Iniziazione cristiana dei nostri bambini, la sensibilità missionaria, la formazione dei giovani vengono affidati a gruppi che sostituiscono con la propria generosità il necessario protagonismo comunitario: è la comunità che introduce alla fede ed è la comunità a cui i genitori portano i più piccoli; è la comunità che dà testimonianza della carità del Signore, ed è la comunità che celebra i misteri.
Invochiamo allora lo Spirito Santo, Spirito di unità. Unità tra Cristo e la Chiesa. Unità tra presbiteri e popolo di Dio. Unità tra i diversi carismi. Unità tra coloro che sono più direttamente a servizio della vita delle comunità e i tanti fratelli e sorelle che vivono la loro vocazione nel lavoro, nella famiglia, nella scuola, nella cultura, nella politica, nell’impegno sociale, nella cura dei poveri, nei luoghi della sofferenza. Non ci sono qualità diverse della fede. Ci sono vocazioni diverse, animate dall’unico Spirito di Gesù.
Questo è il tempo dello Spirito. E oggi vogliamo rinnovare la nostra fede nella sua opera. Non vogliamo appoggiarci troppo su noi stessi, sui nostri modelli, sulle abitudini del passato, sulle forme del clericalismo o della delega che ci hanno impoverito. Vogliamo riconsegnarci al Signore Gesù. Vogliamo lasciarci colmare dalla sua presenza. Vogliamo accogliere il suo Spirito che crea la Chiesa e la manda in missione.
Perciò preghiamo perché le nostre comunità cristiane siano oasi dello Spirito: luoghi di fraternità, di amicizia, di carità concreta, di ascolto della Parola, di rigenerazione alla vita piena.
E preghiamo perché Marco, Filippo e Tommaso, ordinati oggi presbiteri, vivano il loro ministero non da soli, non separati, non sopra gli altri, ma dentro il santo popolo di Dio, a servizio della sua comunione e della sua missione, sostenuti dalle nostre comunità. Lo Spirito passi ancora e operi. Ci custodisca negli arcani movimenti della sua grazia. E renda tutti noi, Chiesa di Padova, più docili al Vangelo, più uniti in Gesù, più pronti alla missione.
La vostra disponibilità, carissimi Marco, Filippo e Tommaso, sia rugiada dello Spirito di Gesù e del Padre per ciascuno di noi e per la nostra Chiesa. E la nostra presenza indichi impegno di fraternità, di custodia del vostro ministero, di stima.
Il vostro “eccomi” suscita in noi un vincolo di affetto: vi vogliamo bene, vi stimiamo, non vi lasceremo soli e sempre vi indicheremo il volto del Signore Gesù.
+ Claudio Cipolla, vescovo
