Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2026

25-01-2026

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani

Domenica 25 gennaio 2026 – Santuario di San Leopoldo, Padova 

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Omelia  

Questa sera vorrei iniziare parlando bene del mio ministero di vescovo, perché dicevano i Padri della Chiesa: «Dove c’è il vescovo, lì c’è la Chiesa». Il vescovo, infatti, rappresenta sia la comunione, tramite il Papa, con tutte le altre Chiese, sia la comunione all’interno della Chiesa da lui presieduta, la Diocesi. Dove c’è il vescovo è, in un certo senso, come fossero lì concentrate e convenute tutte le comunità della Diocesi. Nel caso di Padova: tutto il milione e centomila abitanti che fanno parte della nostra Chiesa: è un’esperienza che noi viviamo nell’ordine non tanto delle leggi, della giurisdizione, ma proprio della fede. 

 

“Dovrei essere” quindi per la nostra Chiesa il segno di unità; segno “visibile” dell’unità. Per questo sono contento nel vedere che sono presenti anche alcune comunità religiose, oltre ai padri Cappuccini che ci ospitano e che ho incaricato insieme con don Luigi Enrico Piccolo, di seguire l’animazione del cammino ecumenico nella nostra Diocesi. Ho fatto questa scelta nella memoria di san Leopoldo che, come ha detto fra Marco Trivellato, è stato precursore e iniziatore di questa sensibilità relativa alla comunione tra tutte le Chiese cristiane. 

 

Oltre ai padri Cappuccini che ci ospitano, c’è il superiore dei Camilliani, padre Adriano Moro, i padri della SMA, l’abate di Santa Giustina, dom Giulio Pagnoni, e c’è anche don Antonio Oriente delegato vescovile per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica. Ci sono poi le comunità religiose femminili: le Elisabettine, le Salesie, le Dimesse e altre ancora. Benvenuti a tutti. È bello trovarci insieme. Il vescovo con tutti voi e voi con il vescovo. 

Siamo qui a nome di tutta la nostra Chiesa, per vivere un’esperienza innanzitutto di comunione e di unità. In questa settimana che oggi si conclude ho vissuto alcuni appuntamenti e mi sembra che stiamo camminando bene nello spirito dell’unità. La percezione è che tra noi – noi che siamo cristiani della base – grandi separazioni non ci sono più. Abbiamo celebrato una bella veglia di preghiera per l’unità dei cristiani in Santa Giustina lo scorso giovedì: erano presenti i responsabili delle diverse Chiesa e comunità cristiane: quella ortodossa rumena con padre Liviu Verzea, quella ortodossa greca con Yoannes Antoniadis; quella evangelica metodista con Fabio Barzon; quella luterana di Venezia con il pastore Johannes Ruschke e Pietro Vittorini. C’era un clima bello di fraternità e sentito amici tutti presenti. Un tempo forse c’era una sorta di “concorrenza”, qualche forma di gelosia e di sospetto reciproco, ma ora è maturato questo sentimento di fraternità e di amicizia che manifesta la nostra comune obbedienza al Vangelo. 

Tra l’altro, durante la veglia ecumenica, il pastore luterano Ruschke ha fatto un bellissimo sermone: una riflessione profondamente cristiana, in cui emergeva la fede che la sosteneva. Per questo dico che tra noi c’è già molto che ci unisce e viviamo già un’esperienza di incontro, di riconoscimento reciproco, di fraternità. La gente nella semplicità del quotidiano ha fatto già molti passi nella conoscenza e nel percorso dell’unità. Ci sono molte signore ortodosse in Italia che lavorano tra noi, in aiuto ai nostri anziani: hanno stretto amicizie con tanti di noi nelle nostre case e hanno imparato a vivere accanto a noi pur restando nella loro tradizione ortodossa. Lo scambio dovuto anche alla aumentata mobilità delle nostre società ci porta ad essere tra di noi amici. Quasi un segno che la storia ci invita a riconoscere. 

Poi certo, a livello molto più alto, teologico ed ecclesiale, ci sono delle differenze, ma anche ci sono molte occasioni in cui stare insieme e scambiarci esperienze di fede ponendo gesti e pronunciando parole di amicizia e comunione reciproche. Papa Francesco si è proposto con un profondo atteggiamento di dialogo non soltanto con le altre Chiese e comunità cristiane, ma anche con le altre religioni. Pensiamo, ad esempio, al rapporto che lui ha avviato con il mondo islamico. Insomma, non è più il tempo delle guerre di religione: l’abbiamo maturato e dobbiamo rendere grazie al Signore e constatare che abbiamo fatto molti passi. 

Nelle nostre comunità, nella nostra società, tra cristiani ci si vuole bene. Dobbiamo dirlo. A volte la stampa sottolinea soprattutto le divisioni e le rotture, ma se andassimo a cercare i momenti di incontro, vedremmo che sono molti di più: quella è la nostra verità. Diceva il pastore luterano: «In fondo è così, perché noi siamo uniti, lo siamo già perché siamo nati tutti da Gesù, dal battesimo in Gesù e quello ci rende una sola famiglia».  

Poi storicamente, come succede anche nelle case, nelle parrocchie, nelle comunità religiose, può darsi che ci siano dei tempi in cui non ci si parla o ci si scontra, ma quelle esperienze non dicono la profonda verità, ma son racconti del nostro peccato.  

La nostra vera identità è una e ci precede: siamo già fratelli e sorelle. Lo siamo per Grazia. Lo siamo in modo anticipato rispetto a quello che riusciamo a capire e a realizzare. 

Anche color che appartengono ad altre Chiese e comunità cristiane sono, secondo Gesù, nostri fratelli: ci sono consegnati come fratelli e come sorelle. Lui stesso vuole bene a tutti. Lo annunciamo pensando a tutti gli uomini e le donne del mondo, ma possiamo proclamare che vuole  bene a tutti i suoi discepoli, a qualsiasi comunità o Chiesa appartengano. Quando ci si divide in casa o nelle nostre comunità o tra Chiese non diamo una bella immagine di noi, della nostra verità, di quello che siamo noi interiormente. 

Nella seconda lettura che abbiamo ascoltato, si diceva così: «Per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, vi esorto a essere tutti unanimi nel parlare perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire». Ecco: per dono di Dio noi siamo già insieme, fratelli e sorelle. Con i valdesi, con i protestanti, nel passato abbiamo vissuto momenti di asprezza e di guerra guerre, ma dimentichiamo! Dobbiamo archiviare questi tristi momenti della nostra storia perché sono stati superati da un lungo cammino di incontro, di rappacificazione, di stima reciproca. Non è da tanto, saranno cento anni che c’è questo movimento positivo e a me piace constatare e ricordare i risultati positivi che sono stati raggiunti. 

Se c’è ancora qualcosa che ci divide, quello lo chiamiamo “peccato”: un peccato delle Chiese, un peccato che coinvolge le nostre comunità; un peccato vissuto anche nella nostra Diocesi.  L’etimologia di “diavolo” vuol dire divisore: noi però non siamo figli del diavolo che divide, ma siamo figli del Dio che ha mandato il suo figlio Gesù: Egli è colui che ci rappacifica e che ci unisce.   

Stiamo percorrendo questo cammino. Un cammino bello di unità che richiede un continuo e ulteriore passo. È inevitabile che ci siano modi di pensare diversi dal momento che viviamo in tanti posti diversi e abbiamo lingue, storie, culture e tradizioni diverse. Ma la diversità nelle mani dello Spirito è ricchezza, non divisione.  

È decisamente importante che ci siano segni che rendono visibile a tutto il mondo che la Chiesa che nasce da Gesù è unita. Si parla di unità “visibile” perché l’unità profonda e spirituale c’è già, dobbiamo renderla visibile! 

E questo è il cammino che noi abbiamo davanti e che si realizza in tutti i livelli ecclesiali. 

Pensando alla nostra Diocesi, sono contento che qui rappresentate ci siano tante e varie realtà ecclesiali; ci rallegriamo anche delle loro diversità che percepiamo come ricchezza di carismi. Così anche stasera rendiamo visibile l’unità nella diversità.  Come dicevo prima, dove c’è il vescovo, lì c’è la Chiesa. 

Voi siete testimonianza del desiderio delle vostre comunità e vostro personale di contribuire a questo cammino: Gesù ci insegna a volerci bene come fratelli e sorelle.  

Ecco, questo è quello che abbiamo vissuto in questa settimana e quindi la celebrazione dell’Eucaristia, al di là di quello che possiamo fare, è un richiamo – che Gesù ci fa ogni volta che la celebriamo, da qualsiasi parte – a ricordarci che siamo uniti a lui e se siamo uniti a lui noi abbiamo il mandato in sua memoria di rendere possibile l’unità tra tutti. 

Con questa intenzione ora celebriamo il nostro ringraziamento per questa settimana e per il dono che il Signore Gesù già ci ha fatto di essere fratelli e sorelle, parte della stessa famiglia, di qualsiasi denominazione o consuetudine o cultura noi facciamo parte. Celebriamo l’unità che ci dona Gesù. 

 

+ Claudio Cipolla 

 

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