Incontro con le categorie economiche 2026

Impresa, speranza e Bene comune: costruire insieme il futuro della comunità
24-02-2026

Martedì 24 febbraio 2026

Padova, Camera di Commercio

 

Bentrovati a tutte e a tutti!

Ringrazio il presidente Antonio Santocono, il segretario generale Roberto Crosta e tutto lo staff della Camera di Commercio per l’organizzazione di questo incontro. Sono preziosi e rari i momenti condivisi dove risignificare il nostro vivere e dipingere insieme le sfumature dei valori che ispirano e sostengono le nostre scelte. Questo è uno spazio da custodire, perché oltre alle competenze professionali sentiamo tutti il bisogno di rinvigorire anche le competenze etiche.

Ciascuno di noi è fatto per la felicità e tutto quello che facciamo è orientato alla sua ricerca. Quando questo desiderio si assopisce la vita si spegne e perde sapore; quando sbagliamo strada lo smarrimento interiore ci porta a ricercare una bussola. Ed è così che comprendiamo che solo le scelte di bene costruiscono la nostra e l’altrui felicità. La felicità non è un’utopia, ma una meta possibile e un parametro di valutazione del nostro agire.

Quanta tristezza quando scegliamo di non fare la fatica di questa ricerca e ci accontentiamo della mediocrità o ancor peggio lasciamo che la nostra coscienza si assopisca fino a non sentirne più il respiro, quell’alito di vita capace di riossigenare la vita.

Quanta beatitudine, invece, dentro e attorno a noi quando accettiamo di spenderci per agire il bene e il miglior bene in tutte le nostre relazioni. Quando questo accade sperimentiamo che la felicità è il contrario della solitudine, perché per esistere realmente deve essere di tutti e di tutto il creato.

Sfumano nell’illusione gli sforzi per raggiungere la felicità e anzi solcano gravi ferite, quando non teniamo conto che siamo persone e non banali individui e che solo relazioni vere e buone costruiscono società felici.

Questo accade anche nelle aziende e in tutti i luoghi di lavoro, dove trascorriamo la maggior parte delle nostre giornate dedicando competenze, talenti, risorse, per fini e con modalità che disegnano convivenze di tinte diverse.

Il ruolo dell’impresa, nella costruzione di società felici, è strategico.

E lo è primariamente per il fatto che l’impresa produce ricchezza attraverso il lavoro, strumento che garantisce la libertà di ogni persona e la democraticità della società.

Non possiamo considerare imprese quei luoghi dove la tecnologia, invece di essere alleata, soppianta il lavoro umano e ci pone in un’assillante competizione che esclude ogni margine di collaborazione. I danni di un’economia senza lavoro sono equiparabili a quelli di una finanza senza economia e il prodotto è sempre la disequità: pochi e sempre più pochi ricchi, sopra a tanti e sempre più numerosi poveri.

Anche l’Italia è un Paese sempre più disuguale: il 10% più ricco delle famiglie italiane possiede oltre otto volte la ricchezza della metà delle famiglie più povere. Secondo le statistiche la forbice non è mai stata così larga. Da quindici anni, quasi il 20% delle famiglie italiane gravita stabilmente attorno alla linea di povertà, esposta a un rischio costante di cadute improvvise legate a eventi ordinari della vita[1]. E lo verifichiamo anche noi Chiesa attraverso i presidi nel territorio – dai centri di ascolto alle cucine economiche popolari – dove la presenza di “nuovi poveri” è sempre più evidente negli ultimi anni.

Quale grande merito hanno quindi le imprese che fanno del capitale umano la loro ricchezza e, nell’adempimento dei loro obiettivi, perseguono la realizzazione personale di ciascuno!

Il magistero sociale ci ricorda che non basta la redistribuzione solidale dei beni per una sana convivenza. Serve invece il concorso attivo di tutti, ciascuno secondo le proprie possibilità e capacità. E il mezzo è uno: il lavoro. Il lavoro – il lavoro dignitoso – è lo strumento per costruire società felici, libere da rendite e privilegi, libere da mendicanza e ozio.

In altre parole il lavoro è uno degli strumenti essenziali per costruire società fraterne.

Chi fa impresa ha questo grande compito e privilegio.

Voi tutti avete questo compito e privilegio generando lavoro e adoperandovi perché sia di qualità, dignitoso per la persona, utile alla società. Non intendo con le mie parole caricarvi di responsabilità che risiedono altrove, ma vorrei piuttosto riconoscere tutto il valore effettivo della vostra missione ed esprimervi la mia riconoscenza e sollecitarvi a non scoraggiarvi e non perdere mai di vista questi valori fondamentali per il bene della persona e della società. Mi domando anzi se per un cristiano questo non sia da considerare uno spazio di missione! E se questa vostra collocazione non sia da considerare come la missione, tipicamente umanizzante, nella quale “stare” nonostante la fatica di dover continuamente valutare ciò che è bene e ciò che è male, con la sensazione di non raggiungere mai appieno gli obiettivi prefissati. Il mandato di Gesù “fate questo in memoria di me” riguarda la vita e quindi anche il mondo del lavoro. Anche questo quindi è spazio di missione.

Dal punto di osservazione Caritas e della rete assistenziale rileviamo un aumento dei lavoratori poveri e la diminuzione, in proporzione, della presenza di soggetti completamente esclusi dal mercato del lavoro.

Molte forme di povertà non coincidono più con l’esclusione sociale. Buona parte delle persone a basso reddito lavora e mantiene reti relazionali attive. Ma è una integrazione fragile e instabile. Le analisi mostrano un processo di normalizzazione della povertà, che tende a diventare parte ordinaria della vita quotidiana e a perdere riconoscibilità pubblica.

Negli ultimi cinque anni i salari reali italiani sono calati dell’8%, con punte del 10% nei servizi[2]. Serve unità sindacale e collaborazione con le categorie affinché il lavoro recuperi il suo reale valore economico che si traduce in riconoscimento di un salario minimo legale per garantire a tutti una base di giustizia; impegno di un puntuale rinnovo dei contratti collettivi per evitare le perdite sull’inflazione accumulata, riforma del sistema fiscale, che iniquamente erode con i suoi scaglioni il valore reale del reddito e contemporaneamente tutela le rendite immobiliari e finanziarie.

Garantire le condizioni di una vita dignitosa e colmare le disparità significa porre i presupposti per una convivenza pacifica. Come pure innovare e produrre beni e servizi che concorrono allo sviluppo del bene comune – di tutti e di ciascuno –e alla custodia del creato.

Alleanze per lo sviluppo tecnologico e la qualificazione dei lavoratori possono aiutare anche il nostro frammentato sistema produttivo ad aumentare la produttività del lavoro ed offrire opportunità più attrattive anche per i giovani.

Vorrei che potessimo ascoltare fino in fondo i loro vissuti per riuscire a risollevare chi ha rinunciato a trovare un lavoro e la cui condizione di inattività provoca un pesante disagio in tutta la famiglia, per trasmettere la bellezza e l’orgoglio del lavoro ben fatto; per accompagnarli nella costruzione del loro futuro; per offrire loro l’opportunità di lavorare in Italia se lo desiderano.

I giovani che cercano lavoro fuori dal nostro Paese non sono tutti ricercatori brillanti, specialisti o laureati, per la maggior parte sono diplomati, ma quello che li accomuna è la ricerca di prospettiva che non trovano nell’economia italiana avvolta da un immobilismo e da segni di possibile declino che non danno speranza (Perfino per tanti immigrati stranieri l’Italia rappresenta ormai una tappa, non la destinazione finale desiderata).

I giovani non sono degli “sdraiati” come tante narrazioni vogliono far credere. Sono invece più esigenti che in passato rispetto al lavoro e al rapporto tra lavoro e vita privata, dove la dimensione del “tempo” è una variabile fondamentale e non irrilevante.

Queste esigenze potremmo trasformarle in una provocazione a migliorare le condizioni di lavoro, i luoghi, i tempi e le relazioni; ne trarremmo tutti un grande beneficio!

Un lavoratore “felice” è un profitto per l’azienda.

Talvolta il nostro stile di vita è il risultato di bisogni indotti da una cultura del benessere e del consumo ad ogni costo, una cultura in cui l’attenzione all’intera famiglia umana, alla solidarietà sociale, all’equità, al rispetto del creato viene come narcotizzata e spenta.

C’è un altro aspetto quindi che sento prioritario: l’imperativo morale ed economico della sostenibilità generazionale che mira a soddisfare i bisogni attuali senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri. Solo così si garantisce l’equità sociale nel lungo termine. La felicità non viene dal consumo privato del presente, ma dalla costruzione collettiva del futuro.

E se conveniamo sul fatto che le aziende sono i luoghi dove diamo qualità alla vita delle persone e della società tutta, allora percepiamo come contraddicano l’essenza stessa di azienda i luoghi di lavoro incuranti della sicurezza dei lavoratori, irrispettosi dell’ambiente, produttori di ordigni e tecnologie di morte.

Eppure le morti e gli infortuni sul lavoro continuano ad aumentare; l’inquinamento dei nostri territori è un’evidenza che ancora si cerca di nascondere invece di affrontarla come emergenza; la produzione di strumenti bellici gode di investimenti e pianificazioni che lasciano senza risorse l’economia vera e i servizi.

Se vogliamo dare speranza dobbiamo investire nell’economia di pace e nella costruzione di società felici: lavorare per la giustizia, colmare le disparità (sociali, culturali, generazionali, di genere, di provenienza…), assicurare a tutti l’esercizio dei diritti fondamentali e l’assunzione dei doveri, favorire l’integrazione e la coesione sociale, avere cura dell’ambiente. Se il bene comune diventa un obiettivo della nostra vita – una vocazione, diremmo noi – anche in Italia c’è molto lavoro da proporre ai nostri giovani!

Lo scorso anno con il presidente Santocono abbiamo proposto di avanzare soluzioni alle difficoltà dell’abitare e possiamo ringraziare tutti a partire dalle istituzioni per i passi fatti. A questo proposito vorrei ricordare come esempio “Il patto per l’abitare del Comune di Padova”…

Oggi vorremmo sollecitarvi su un nuovo fronte, senza distogliere l’attenzione dal precedente.

Rileviamo la bontà del sistema del welfare aziendale anche per supplire alle carenze del pubblico, che pare non essere più in grado di rispondere ad alcune necessità, ma ne ravvisiamo il limite di diventare una ulteriore causa di divaricazione delle disuguaglianze, dal momento che i benefici del welfare aziendale si differenziano molto a seconda dell’impresa e della tipologia contrattuale.

Ci chiediamo allora se non possiamo dal nostro territorio essere promotori di alleanze capaci di estendere alcuni benefici del welfare aziendale anche ai lavoratori di realtà piccole o comunque impossibilitate ad offrire benefici e servizi di cui godono aziende più strutturate. Da parte mia, non avendo competenze in merito, mi limito a consegnarvi un’idea, ma sono certo che potrà sollecitare una creatività collaborativa tra categorie, sindacati, istituzioni, attori sociali, in grado di generare nuove forme di welfare.

Auguro a ciascuno di custodire sempre il desiderio di felicità che ci permette di dare sapore alla nostra vita. Possiate sentire il sorriso della benedizione del Signore sul vostro lavoro, sapendo che ogni sforzo volto a costruire una società più umana è un gesto che realizza il suo sogno di fraternità.

+ Claudio Cipolla

vescovo di Padova

[1] Statistiche dell’istat sulla povertà, 14 ottobre 2025

[2] Fonte: OCSE, Indice dei salari contrattuali

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