Il vescovo Claudio ha incontrato le categorie economiche padovane

Impresa, speranza e bene comune: costruire insieme il futuro della comunità

Martedì 24 febbraio 2026 - Camera di commercio di Padova

L’aumento delle disuguaglianze sociali, il “lavoro povero”, la preoccupazione per il futuro dei giovani e la sostenibilità generazionale con le possibili risposte da mettere in campo, anche attraverso il welfare territoriale: questi alcuni fra i temi al centro dell’incontro fra il vescovo di Padova mons. Claudio Cipolla e i rappresentanti delle categorie economiche padovane, promosso dalla Camera di Commercio di Padova e ospitato ieri pomeriggio, martedì 24 febbraio 2026, nella sede dell’ente camerale in piazza Insurrezione.

«Dal punto di osservazione Caritas e della rete assistenziale – ha spiegato il vescovo nel suo intervento – rileviamo un aumento dei lavoratori poveri e la diminuzione, in proporzione, della presenza di soggetti completamente esclusi dal mercato del lavoro. Molte forme di povertà non coincidono più con l’esclusione sociale. Buona parte delle persone a basso reddito lavora e mantiene reti relazionali attive. Ma è un’integrazione fragile e instabile. Le analisi mostrano un processo di normalizzazione della povertà, che tende a diventare parte ordinaria della vita quotidiana e a perdere riconoscibilità pubblica».

Una riflessione supportata anche dai dati che evidenziano come «negli ultimi cinque anni i salari reali italiani sono calati dell’8%, con punte del 10% nei servizi. Serve unità sindacale e collaborazione con le categorie – ha continuato il vescovo – affinché il lavoro recuperi il suo reale valore economico che si traduce in riconoscimento di un salario minimo legale per garantire a tutti una base di giustizia; impegno di un puntuale rinnovo dei contratti collettivi per evitare le perdite sull’inflazione accumulata, riforma del sistema fiscale, che iniquamente erode con i suoi scaglioni il valore reale del reddito e contemporaneamente tutela le rendite immobiliari e finanziarie. Garantire le condizioni di una vita dignitosa e colmare le disparità significa porre i presupposti per una convivenza pacifica».

 

Un’analisi condivisa dal presidente della Camera di Commercio Antonio Santocono: «La sicurezza non può essere ridotta alla sola dimensione del controllo o dell’ordine. Una comunità è davvero sicura quando riduce le disuguaglianze, quando offre lavoro dignitoso, quando non lascia indietro le fragilità, quando crea condizioni di fiducia reciproca. Senza coesione sociale non esiste nemmeno sicurezza economica duratura. Il mondo dell’impresa è chiamato a interrogarsi su questo, senza retorica, ma con realismo. Creare valore economico resta essenziale, ma oggi è sempre più evidente che la creazione di valore deve essere accompagnata dalla creazione di valore sociale. Questo significa attenzione alla qualità dell’occupazione, alla sicurezza sul lavoro, alla conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, alla formazione continua, all’inclusione delle persone più vulnerabili. Significa anche contribuire, insieme alle istituzioni e al terzo settore, allo sviluppo di nuove forme di welfare collettivo. Un welfare che non sostituisce lo Stato, ma lo integra; che nasce dai territori e risponde ai bisogni reali delle persone; che sostiene le famiglie, accompagna l’invecchiamento, intercetta il disagio giovanile, valorizza il capitale umano».

E proprio sul tema del welfare territoriale il vescovo di Padova ha lanciato una proposta alle imprese, con l’auspicio che possa tradursi in progetti concreti proprio come è successo nel caso dell’appello lanciato nel gennaio 2025 per la costituzione di un fondo che potesse provare a dare risposta al disagio abitativo: un invito che si è tradotto in un progetto concreto che vede insieme più attori istituzionali, coordinati dal Comune di Padova e con il coinvolgimento della Camera di Commercio.

«Rileviamo – ha spiegato mons. Cipolla concludendo il suo interventola bontà del sistema del welfare aziendale anche per supplire alle carenze del pubblico, che pare non essere più in grado di rispondere ad alcune necessità, ma ne ravvisiamo il limite di diventare un’ulteriore causa di divaricazione delle disuguaglianze, dal momento che i benefici del welfare aziendale si differenziano molto a seconda dell’impresa e della tipologia contrattuale. Ci chiediamo allora se non possiamo dal nostro territorio essere promotori di alleanze capaci di estendere alcuni benefici del welfare aziendale anche ai lavoratori di realtà piccole o comunque impossibilitate ad offrire benefici e servizi di cui godono aziende più strutturate. Da parte mia, non avendo competenze in merito, mi limito a consegnarvi un’idea, ma sono certo che potrà sollecitare una creatività collaborativa tra categorie, sindacati, istituzioni, attori sociali, in grado di generare nuove forme di welfare».

condividi su