Festa di san Gregorio Barbarigo 2026

18-06-2026

FESTA DI SAN GREGORIO BARBARIGO

Giovedì 18 giugno 2026

Padova, chiesa del Torresino

Omelia

Questa della festa di San Gregorio Barbarigo è sempre un’occasione per fermarsi, per incontrarci. Oggi poi in spazi più ristretti rispetto a quelli della Cattedrale, abbiamo la possibilità di un incontro più ravvicinato, un po’ più caloroso e questo credo che a tutti possa essere gradito. In quanto presbiteri celebriamo tantissimi sacramenti nelle varie occasioni – battesimi, cresime, eucarestie, matrimoni – e abbiamo a che fare spesso con la Parola del Signore che ci raggiunge nella preghiera personale, nei ritiri, ma anche nel nostro servizio, costretti a parlarne ad altri, noi ce ne nutriamo, impariamo, ascoltiamo anche noi. Poi ci sono i servizi che noi svolgiamo, diciamo, come fratelli, come pastori, come parroci, come presbiteri e incontriamo persone a tu per tu con i loro drammi. Siamo entrati in tante famiglie che attraversano momenti difficili, portatrici di sofferenze, di povertà. Siamo abituati a prestare una particolare attenzione a queste situazioni. Tutto questo ci porta a vedere che stiamo facendo tanto bene. Ed è vero. Poi, in genere, quando uno inciampa, sembra che sia successo un disastro, ma in realtà anche tante nostre insufficienze vanno contestualizzate nel tanto bene che per grazia del Signore noi compiamo. Spesso è un bene sconosciuto, dimenticato, anche da noi stessi. Guardando a 60 anni di ministero, 25 anni di ministero, ma anche 3, 10, ecco, tutto il nostro tempo è caratterizzato dal desiderio di seminare tanto bene. Il Signore vede il nostro cuore, il mio e il vostro cuore, lo conosce e sa che cosa mettiamo a sua disposizione. Qualche passaggio di don Domenico Marrone che ci ha parlato prima in Seminario, ci aiuta anche in questa interpretazione. Il Signore vede, il Signore sa. E in fondo è questo che per noi diventa determinante, quello che vede e che conosce il Signore. Quando celebriamo l’Eucarestia, concludiamo il momento in memoria di Gesù, cioè diciamo «fate questo in memoria di me». E questo celebrare continuamente, frequentare i sacramenti, le parole, i servizi, i poveri, tutto questo concorre a conformarci a Gesù, a farci assomigliare. La progressione consiste nella nostra vita spirituale, consiste nell’imparare da ciò che dobbiamo insegnare. C’è questo stile e questa quasi naturale propensione a guardare a Gesù per imparare da lui e per ripetere in sua memoria i suoi sentimenti, le sue parole, i suoi gesti, le sue priorità. Ecco, a poco a poco, a poco a poco ci arriviamo. Siamo su questa strada. E allora a me sembra molto significativo sentire questa espressione del Vangelo: Gesù percorreva tutte le città e i villaggi. Ancora percorre tutte le città e i villaggi con noi. Anche per strade diverse, per strumenti e con strumenti diversi, ma senz’altro per questa frequentazione che noi abbiamo con le cose che riguardano il Signore e il Vangelo. Il Signore si serve anche di noi. E percorre le città e i villaggi di oggi. Li percorre perché noi li attraversiamo. Potremmo dire da Quero a Codevigo, a Foza, ovunque, parrocchie piccole, grandi, sparse nel Bellunese, nel Vicentino, nel Veneziano, nel Padovano, il Signore continua a percorrere tutte le città e i villaggi, anche i vari contesti che noi frequentiamo: vedo don Mariano, e quindi penso al carcere, ma ci sono anche gli ospedali che noi serviamo e frequentiamo con questa ricchezza interiore che è data dalla frequentazione di Gesù e dal fatto che lui continua a servirsi di noi. Gesù continua a percorrere tutte le città e i villaggi. E noi vogliamo essere a disposizione di Gesù e come Gesù abbiamo questa intenzione. Ce l’avevamo quando siamo diventati preti, penso che ce l’abbiamo ancora, di insegnare il Vangelo e cioè di servire questa dimensione umana, fraterna, che c’è dentro il cuore di tutti. Ecco, Gesù passava insegnando nelle sinagoghe, annunciando il regno di Dio, guarendo ogni malattia e ogni infermità. Io la interpreto così: le malattie, le infermità della nostra umanità. E quindi Gesù continua in questo servizio e si serve di ciascuno di noi, perché la sua presenza nel nostro mondo e la luce del regno di Dio sono più grandi di quanto possiamo dire o rappresentare di lui. Il nostro servizio consiste nel servire, appunto, questa umanità, guarendo malattie e ogni infermità e annunciando il regno di Dio. Il nostro impegno in realtà si esprime in tante condizioni che non sono specificatamente annuncio di Dio. Uno potrebbe dire “Ma che cosa faccio? Devo aprire la porta tutte le volte che suona il campanello, oppure andare a pagare le tasse perché non sono riuscito a organizzarmi, questo qui è burocrazia, non perdo del tempo”. In realtà, noi stiamo in mezzo alla gente e dentro tutte le nostre attività, perché è il motivo per cui siamo lì, che cambia la prospettiva. Ci sono tante esperienze che noi facciamo, ci impegniamo in tantissime cose. Incontriamo persone che sono in grandi difficoltà. Ci sono malattie, ancora oggi, anche tra di noi, a dir la verità, ma ci sono soprattutto tra la gente, tra i giovani, tra i ragazzi, chi frequenta le famiglie lo sa. Sono malattie di carattere psicologico, di carattere culturale, sofferenze che riguardano le esistenze quotidiane. Servire l’umanità penso che significhi anche questo. Ed è vero che poi noi ci disperdiamo in tante piccole cose, che forse potrebbero sembrare inutili, come diceva don Domenico, e non possiamo tenere in piedi tutto. Noi facciamo il catechismo, facciamo i campi, adesso è il periodo dei Grest, poi c’è il catechismo, ci sono i campi scuola che sono da preparare, l’altro tempo dell’anno ci sono anche gli incontri con i genitori dell’iniziazione cristiana, poi dobbiamo occuparci anche di anziani, dei giovani che sembrano mancare, che non sappiamo come intercettare, e ancora le scuole materne. Ogni tanto qualcuno di noi va in crisi perché non riesce ad affrontare i problemi amministrativi nelle scuole materne, dove siamo spesso datori di lavoro e quindi creando una relazione con la nostra gente non facile da sostenere. E poi le sagre: adesso è la stagione delle sagre, e anche questo ci impegna. Però la riflessione che noi dobbiamo fare è questa: dentro queste condizioni nelle quali noi incontriamo villaggi e città, situazioni così diverse, dentro queste situazioni, noi siamo chiamati a portare il regno di Dio e annunciare il regno di Dio. E ciò dipende da come noi stiamo con la gente. In questo operare, in questo agire così dispersivo, dobbiamo stare attenti proprio a questo, a non perdere il nostro collegamento con il Signore che ci manda. Per cui facciamo tutte queste cose – e si possono fare anche bene – ma dobbiamo farle perché come Gesù stiamo attraversando villaggi e città, annunciando il regno di Dio, guarendo coloro che sono infermi. Il nostro annuncio certamente non risolve tutti i problemi. Lo sappiamo benissimo, come anche don Domenico ha detto. Però in mezzo a queste grandi attività, questo nostro correre, affannarci, dobbiamo ricorrere al regno di Dio e fare quello che facciamo perché vogliamo bene al Signore… Forse anche noi, come la nostra gente, dobbiamo riunire la nostra vita attorno al pastore, di cui parlava la prima lettura, all’unico pastore, vero pastore. Noi siamo innanzitutto discepoli e dobbiamo sentirci, appunto, prima di tutto ancora discepoli, ai quali Gesù parla e come si dice nel Vangelo: sentì compassione delle folle. Il nostro stare in mezzo alla gente è segno di questa compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Noi dobbiamo non perdere di vista il pastore, il nostro pastore, perché allora Gesù dice ai suoi discepoli, come dice proprio il testo del Vangelo, Gesù disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai». La messe è abbondante. Io la traduco molto molto banalmente: c’è tanto da lavorare. C’è ancora tanto da fare. Ed è una condizione nella quale si era trovato Gesù. Anche lui si è trovato in mezzo al tanto fare. Siamo in mezzo a questo fare per annunciare il regno di Dio. Le nostre opere, il nostro fare è una strada, è un percorso, è uno strumento. Ma noi, come Gesù, siamo in mezzo a villaggi e città con questo tesoro che vogliamo condividere e di cui siamo contenti, perché lo abbiamo scoperto come prezioso e quindi lo vogliamo condividere, vogliamo servire, non impadronirci delle persone. Pregate, dunque, dice il Vangelo. Pregate, dunque, il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe. Allora, questo nostro pregare è il mandato che riceviamo ancora anche oggi. E dobbiamo pregare perché il Signore mandi operai. Abbiamo quasi sempre interpretato questo passo come preghiera vocazionale, nel senso di presbiteri, vita consacrata. Stiamo riscoprendo che dobbiamo pregare il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe – la sua, non la nostra – e tra questi operai dobbiamo immaginarci anche noi, ma non soltanto noi. Il riferimento ai ministeri battesimali che stiamo vivendo, in fondo ci mette in questa linea. Cerchiamo. Gli Atti degli apostoli al capitolo 7 dicono: «Cercate tra voi, fratelli, uomini di buona reputazione». Dobbiamo cercare anche noi, cercare operai per la messe, cioè per costruire delle comunità che sappiano essere comunità di discepoli e, come abbiamo detto tante volte, missionarie, che vivono per stare loro in mezzo a villaggi e città, condizioni esistenziali difficili da portare, situazioni impegnative che ci sono nelle case. Non possiamo accentrare su di noi, come forse nel passato potevamo fare; siamo invece invitati ad animare una Chiesa che si mette tutta a disposizione delle persone che vengono incontrate nei villaggi e nelle città.

La nostra preghiera ora si trasforma in preghiera per tutte le vocazioni, anche per la vocazione al presbiterato, privilegiandola per un senso di appartenenza, ma non dobbiamo isolare questo nostro ministero dalla corresponsabilità che ci deve vedere capaci di far crescere i nostri cristiani, nell’essere e nel sentirsi loro stessi missionari. Riunirci e riunificarci attorno a Gesù, il buon pastore, alla fine oggi – festa di san Gregorio Barbarigo, festa nella quale celebriamo gli anniversari di tanti di noi – significa riscoprire tutti la nostra vocazione, ritornare al perché della nostra disponibilità e del nostro servizio. Vorrei dire, facciamolo. Facciamo un po’ di credito anche al nostro cuore, al nostro animo e oggi viviamo questa celebrazione, quasi per dire, sono ancora disponibile ad abitare o ad attraversare villaggi e città.

+ Claudio Cipolla

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