Lettera ai presbiteri

4 gennaio 2017

Ai presbiteri

Carissimo,

come ho già avuto modo di scrivere nell’omelia di Natale, questi giorni hanno un sapore del tutto particolare. La sofferenza causata dalla vicenda di un nostro parroco, lo strazio dei preti che si sentono screditati, lo sconcerto di una comunità e di tutte le comunità cristiane cui viene tolta la fiducia, si uniscono all’annuncio che il Signore viene per mischiarsi tra noi, per impastarsi col nostro fango, per crescere insieme con noi, nonostante tutto.

A integrazione di questi sentimenti e delle riflessioni proposte a Natale, permettimi ora di condividere con te alcune osservazioni.

In primo luogo si è manifestato ancora una volta il coinvolgimento di tutto il presbiterio nelle vicende che riguardano uno solo di noi. Questo avviene nelle belle circostanze ma anche in quelle negative: ci percepiamo e siamo percepiti solidali tra noi. In questa prospettiva confermo che il segnale più chiaro di disagio di un prete si manifesta proprio quando ci si distanzia da quei contesti presbiterali che possono contribuire a conoscerci reciprocamente, a sostenerci e correggerci, a crescere nella corresponsabilità e nella comunione. L’assenza dalle celebrazioni del Giovedì santo, dalle congreghe, dai ritiri spirituali, dagli incontri di classe, dalle occasioni di formazione spirituale e culturale porta all’isolamento ed anche all’indebolimento. Anche noi infatti abbiamo bisogno di fraternità: penso che tra fratelli sia possibile anche il confronto e la dialettica, non la separazione.

Prendere iniziativa per riaprire dialoghi spetta a ciascuno di noi. Ognuno è responsabile del fratello presbitero e diacono. Ognuno è chiamato “a leggere” le assenze e i vuoti come segnali di disagio e di malessere e lo invito a “bussare” andando verso la casa di un confratello. Prima di una relazione verticale tra vescovo e presbitero, che ha origine nel sacramento dell’Ordine, mi sembra che dobbiamo dare spazio alla corresponsabilità orizzontale e fraterna, che ha origine, oltre che dal sacramento dell’Ordine, da quello del Battesimo. Penso sia un grande peccato quello di mantenersi separati dal presbiterio e dal vescovo: cogliamo questa occasione per riaccendere relazioni tra noi.

Chi è ammalato di “isolazionismo” potrebbe innervosirsi ancora di più, alle mie parole, ma mi permetto comunque di chiedere questo e con molta umiltà.

In secondo luogo cogliamo questa occasione come una opportunità per verificare i nostri comportamenti e la coerenza con gli impegni assunti in occasione della nostra ordinazione, soprattutto nel campo della nostra vita affettiva e sessuale e della gestione dei soldi. In questi campi nessuno ha diritto di “sindacare” più di tanto, perché riguardo alla nostra vita privata siamo adulti e responsabili di noi stessi, però moralmente ci siamo assunti degli impegni di fronte a Dio e di fronte alla Chiesa. Di fatto il nostro ministero ci rende persone pubbliche, “rappresentanti” delle comunità dei credenti di fronte al mondo.

Nello specifico, mi permetto di considerare il caso in cui un presbitero arrivasse ad intrattenere relazioni affettive stabili o abitudini morali non consone al suo stato clericale: lo invito calorosamente a mettere in atto quanto ritiene opportuno per uscire da una situazione non rispettosa di sé, delle persone coinvolte, degli altri preti e della Chiesa. Io stesso sono disponibile a fare di tutto per mettermi al fianco, per aiutare e non certo per condannare chi, consapevole dei propri errori e delle proprie colpe, desidera e vuole mettere fine al suo errore.

Non meno importante è il caso di chi avesse intrapreso iniziative di carattere economico o partecipasse ad attività di impresa, senza l’autorizzazione canonica: è necessario parlarne subito con il vescovo. Su questo ricordo il canone 286: «È proibito ai chierici di esercitare, personalmente o tramite altri, l’attività affaristica e commerciale, sia per il proprio interesse, sia per quello degli altri, se non con la licenza della legittima autorità ecclesiastica». Si tratta di condividere una scelta, di viverla alla luce del sole e, nel caso non fosse compatibile, di elaborare insieme un percorso sensato di cambiamento.

Chiedo quindi anche il tuo aiuto: come leggere assieme i fatti pesanti che hanno accompagnato la nostra Diocesi di Padova in questi ultimi anni? Dovremo sicuramente coinvolgere il Consiglio presbiterale, ma mi piacerebbe ci sentissimo tutti coinvolti in questo esercizio di verità, che a tutti interessa.

Non posso chiudere questa fraterna lettera senza una parola di incoraggiamento e di apprezzamento per tutti quei sacerdoti che con dedizione e nel silenzio (fuori dai riflettori – senza cercare successi personali) continuano instancabilmente a dedicare tutto se stessi per la causa del regno… e sono tanti, proprio tanti!

È con questo spirito che dobbiamo muoverci: l’intenzione è di aiutare il Vangelo a risplendere anche attraverso la nostra povera testimonianza di vita e di non mettere in ulteriore difficoltà la nostra Diocesi alla quale siamo tutti legati e affezionati.

Mi affido alla tua carità e chiedo la tua preghiera per me e per i nostri confratelli presbiteri: il Signore ci aiuti ad essere testimoni del Vangelo per le comunità che ci ha affidato.

Ti giunga anche il mio augurio per questo anno 2017, perché sia santo!

 

4 gennaio 2017

                                                                                    + Claudio, Vescovo

04-01-2017