La dichiarazione del vescovo Claudio sulla vicenda “don Andrea Contin”

conferenza stampa

Lettera di una signora “bisnonna”: «Caro Vescovo Claudio, perdoni la mia libertà nei suoi confronti. Ho visto la sua lettera e mi sono immedesimata in lei. Essendo io una bisnonna ne ho viste in tutta la mia vita, con sei figli! E parlo solo della mia famiglia. La capisco pienamente e partecipo al suo dolore. I figli e i fratelli crediamo che vengano tutti uguali perché li abbiamo educati e abbiamo insegnato loro con tutto il cuore e nel bene e nel male. Purtroppo non è così… Nella mia famiglia ne ho viste di tutti i colori più di male che di bene, ma finora ne sono uscita e sono ancora viva!».

Questa della bisnonna è una delle tante manifestazioni di vicinanza a me e alla nostra Chiesa diocesana da parte di parrocchie e comunità e gruppi di credenti, preti, singoli cristiani. In questi giorni sono state tante le attestazioni di vicinanza ricevute e che nel mio cuore condivido con tutti i preti diocesani. Tra queste ce n’è una che ha un valore particolare per me, come prete e come vescovo: sabato 28 gennaio, intorno alle 19.30, mi ha telefonato papa Francesco. Mi ha incoraggiato a essere forte nel portare questo impegnativo e doloroso momento della vita della nostra Chiesa padovana.

Devo dire che la Signora ha colto nel segno. Non provo rancori, ma dispiacere e dolore. E starei volentieri in silenzio come un padre di fronte ad un figlio che è caduto in qualche disgrazia. Ma siccome ssiitiamo lavorando per fare verità e anche giustizia, per questo vorrei condividere alcuni pensieri e alcune decisioni anche con voi, per aiutare il vostro servizio. Comunicando con trasparenza tutto quanto sappiamo.

Come sapete sono rientrato in anticipo dal viaggio alle missioni diocesane in America Latina. Essendo scoppiato il caso di don Andrea Contin, avevo valutato la possibilità di rimandare il viaggio in Ecuador e nello stato brasiliano di Roraima in Amazzonia, ma le attese dei nostri preti e laici che svolgono il loro servizio in quelle realtà erano tanto alte che mi sarebbe sembrato un tradimento. Pur addolorato e preoccupato dalla situazione sono andato. Con gioia ho visto il tanto bene che i nostri missionari fidei donum e i religiosi stanno compiendo presso gente povera e socialmente esclusa. Vivere questa esperienza mi ha confortato, perché la Chiesa non coincide con gli sconvolgenti e scandalosi episodi che ora stanno interessando la nostra chiesa padovana. La nostra Chiesa diocesana continua ad essere estroversa e sa di guarire dai suoi mali nella misura in cui si apre ed esce incontro a tutti quelli che sono nel bisogno. In America Latina abbiamo confermato la nostra presenza e disponibilità ai vescovi locali per un altro po’ di anni. Ma di questo si potrà parlare con chi fosse davvero interessato a queste capacità di bene che ci sono ancora nella Chiesa, grazie al lavoro e al servizio silenzioso e prezioso di molte persone.

Visto l’ampliarsi delle vicende a Padova sono tornato in anticipo, appena possibile, per affrontare più direttamente la situazione.

Nei mesi di dicembre e gennaio la situazione è esplosa anche se avevamo già fatto passi in precedenza.

Abbiamo ricevuto delle segnalazioni, inizialmente “anonime”, nel senso che chi le portava aveva disagio a dichiararsi, ma è stato sollecitato a portare una memoria scritta. In questi casi, infatti, diventa fondamentale tutelare la riservatezza ma anche verificare l’attendibilità e collaborare nell’assunzione di responsabilità personale su quanto si afferma.

Tali segnalazioni si sono “concretizzate” con un atto scritto e autografato una a fine maggio e una a metà ottobre. Da qui è partita l’indagine previa e, dopo la deposizione al Tribunale ecclesiastico, a queste persone, visto che si ritenevano vittime di reati, è stato consigliato, da noi stessi, di rivolgersi direttamente alla Magistratura.

La lettera della bisnonna – che vi ho letto prima – esprime l’atteggiamento interiore con il quale mi sto muovendo: sono incredulo e sofferente, ma ho preso atto e sto agendo, perché come ho già detto nella lettera indirizzata alle comunità cristiane della Diocesi di Padova: «anche se penalmente non ci fosse rilevanza, canonicamente, cioè secondo le regole che come Chiesa ci siamo dati, siamo in dovere di prendere provvedimenti disciplinari perché non possiamo accettare fraintendimenti». Le conclusioni alle quali sono arrivato mi fanno soffrire, ma so che sono necessarie. Non sono provocate dal clamore mediatico, ma da verifiche dirette.

Se per quanto riguarda l’indagine sui reati attribuiti a don Andrea Contin la competenza è passata alla Magistratura – e non potrebbe essere diversamente – e noi stessi restiamo in attesa dei suoi risultati, purtroppo abbiamo maturato la certezza di sue gravi responsabilità morali. Si tratta di comportamenti inaccettabili per un prete, per un cristiano e anche per un uomo. Prendiamo assoluta distanza da qualsiasi condivisione o giustificazione di quanto è stato vissuto: sono intollerabili semplicemente. Questi comportamenti immorali sono stati ammessi di fronte a me, al Vicario generale e al Tribunale Ecclesiastico solo in questi giorni.

La Chiesa chiede ai cristiani il rispetto dell’altro/a, crede nell’insegnamento del Vangelo e in una condotta morale coerente con Esso. I nostri peccati sono sempre tradimento della nostra fede. Anche se sappiamo che il Signore è grande nella sua misericordia, non possiamo confondere il male con il bene, accettare come nostro habitat la falsità, ingannare le persone. E questo soprattutto se abbiamo un incarico dalla Chiesa che ci rende in qualche misura suoi rappresentanti.

La Chiesa latina inoltre sceglie i suoi ministri ordinati, i preti, tra coloro che accettano un impegno di vita celibatario. Scelta che può essere accolta solo nella fede, scelta difficile e oggi non sempre capita e resa più difficile dal clima culturale in cui viviamo. Scelta che abbiamo fatto in età adulta, nel pieno possesso della nostra libertà.

Scelta che rende possibile una dedizione piena all’annuncio del Vangelo e al servizio delle nostre comunità, soprattutto delle persone più in difficoltà.

Come nella vita di coppia, anche nel celibato, sono possibili fragilità e debolezze. Ma è certo che non ci si può mantenere in una doppia vita!

Anche a questo mi sono riferito nella lettera ai presbiteri del 4 gennaio che confermo nei suoi contenuti e che è stata bene accolta in Diocesi.

Il comportamento di don Andrea, per altro stimato in parrocchia per le sue indicazioni pastorali e le sue riflessioni spirituali, è stato in totale contrasto con gli impegni che si è assunto con la Chiesa. Ha scelto, o forse più opportunamente diciamo che si è trovato, è caduto in una situazione di non comunione con il Signore e con la Chiesa. Il suo stile di vita non è stato consono con gli obblighi di un prete. Il contrasto tra lo stato clericale e lo stile di vita è così grave e profondo da rendere don Andrea non idoneo ad esercitare il ministero.

Inoltre la sua figura è stata talmente compromessa da non poter essere ripresentata, anche in presenza di suo sincero pentimento, ad alcuna comunità.

Per questi motivi – ricordate la bisnonna che ho citato all’inizio – vi comunico che per don Andrea abbiamo aperto la procedura per la sospensione a Divinis in attesa di approfondire i termini che possono portare alla dimissione dallo stato clericale.

Non sono contento di prendere questa decisione, ma non posso non assumermi le responsabilità legate al mio servizio.

Cercherò lo stesso di accompagnare don Andrea nel suo percorso e non gli lascerò mancare la mia vicinanza. Esprimo la mia solidarietà anche alla sua famiglia di origine e il mio dispiacere alla parrocchia di San Lazzaro e a tutte le persone per le quali don Andrea era punto di riferimento umano e spirituale.

Caso diverso è quello di don Roberto Cavazzana. Per lui non abbiamo ancora elementi sufficienti per capire come accompagnarlo a fare verità con se stesso. Mi sembra un caso comunque diverso. Non c’è riscontro né responsabilità penale – non è indagato – e il suo coinvolgimento ci risulta essere stato parziale e occasionale. Comunque non accettabile per un sacerdote. La sua situazione è stato acuita oltre il reale. Su questi fatti si potrebbe aprire una onesta riflessione etica, sociologica e culturale non solo riguardante la Chiesa.

Per quanto riguarda le allusioni ad altri sacerdoti, a noi non risultano altri preti coinvolti in questa dolorosissima e umiliante vicenda che ci ha esposti alla vergogna di tutto il mondo.

Alla luce di quanto è accaduto e guardando al futuro ho predisposto alcune azioni:

– Il Tribunale ecclesiastico diocesano avrà più risorse di personale per le indagini preliminari in modo che eventuali altri casi possano essere affrontati nel modo più veloce possibile;

– Nell’arco di qualche settimana sarà costituita e resa operativa una commissione indipendente per l’ascolto e la raccolta di osservazioni, denunce contro comportamenti di preti, religiosi, diaconi, operatori pastorali in genere… Sarà composta di poche persone, avrà una durata di tempo limitato (pensavo un anno): è per facilitare l’emergere veloce di eventuali problemi. Ci sarà a disposizione una linea telefonica con un numero esclusivo e un indirizzo email, con la disponibilità ad appuntamenti personali. Questa opportunità non esclude di rivolgersi direttamente al Vescovo, ai vicari o al tribunale ecclesiastico come è previsto che sia nella prassi ordinaria. I riferimenti saranno dati sul sito della Diocesi.

Preciso che non si tratta di sostituire le attività della Magistratura. Anzi, se si tratta di reati con possibili rilievi penali, invitiamo a rivolgersi direttamente alla Magistratura, esattamente come è stato consigliato e indicato alle signore che nei mesi scorsi si sono rivolte a noi e che si sono sentite vittime di reati. La Chiesa, infatti, non possiede gli strumenti idonei per intervenire per quanto attiene fatti che possono assumere rilievo penale.

Noi eventualmente, per chi desidera, possiamo facilitare chi fosse incerto.

Ci teniamo anche a informare che le attività di formazione permanente e di accompagnamento di noi preti nella nostra diocesi hanno vissuto e godono di sperimentazioni ed esperienze molto felici, stabili e di lunga tradizione che hanno aiutato i circa 700 presbiteri.

Siamo convinti che la Chiesa ha ben altro da raccontare e che la verità e la trasparenza non faranno altro che rendere più luminosi il bene, la giustizia, la pace, l’onestà che la nostra Chiesa attua quotidianamente. Grazie a chi ci aiuta a fare sempre più trasparenza.

Per questi ideali evangelici noi dedichiamo tutto noi stessi consapevoli comunque che anche noi non siamo perfetti e che siamo da salvare e perdonare ogni giorno. Siamo parte della cultura del nostro tempo, soggetti a scoraggiamenti e stanchezze. La nostra fragilità però non toglie nulla alla bellezza del Vangelo e alla sua capacità di servire la felicità delle persone. Per questo motivo non mancheranno anche iniziative di carattere spirituale per le nostre comunità e per i nostri preti.

Se per un verso chiedo perdono per i nostri errori, per un altro verso vorrei ringraziare e presentare, forse cantare, le lodi per tutto il bene che silenziosamente e umilmente viene compiuto. Anche in questo momento difficile.

E devo dirvi che sono contento di essere cristiano. E che sono orgoglioso di essere vescovo della bella e santa Chiesa di Padova.

+ Claudio Cipolla
vescovo di Padova

02-02-2017