Venticinque anni fa, il 24 luglio 1985, alle 12, il comboniano padre Ezechiele Ramin, 32 anni, viene brutalmente ucciso in Brasile in un’imboscata nella fazenda Catuva. I mandanti sono i ricchi latifondisti che osteggiano il movimento pacifico di liberazione e riappropriazione delle terre, da parte dei semplici contadini e degli indios Suruì dell’Amazzonia nello stato di Rondonia, promosso dal giovane missionario. Papa Giovanni Paolo II, già pochi giorni dopo la sua morte, ha definito padre Ramin martire della carità. E “Lele”, nei ricordi di chi lo ha conosciuto e nei cuori di quanti in lui riconoscono un modello, resta un campione della nonviolenza, un esempio da imitare. Sabato 24 nella chiesa di San Giuseppe a Padova, sua parrocchia d’origine, si celebra alle 19 una messa di suffragio presieduta da padre Celestino Prevedello, superiore dei Comboniani. In Brasile, in una sorta di “filo diretto”, nella parrocchia della Sacra famiglia di Cacoal, dove padre Ezechiele operava, la stessa celebrazione di ricordo vede la presenza, assieme alla comunità brasiliana, di don Fernando Fiscon, parroco di San Giuseppe, e di una trentina di familiari e amici italiani. Il ricordo che vuole fare la Difesa di questo straordinario martire missionario unisce due aspetti della sua vocazione: l’inizio, e quindi gli anni del liceo che più hanno segnato la sua formazione e scelta religiosa, e il post-mortem, perché molti giovani hanno tratto e traggono ancora dalla sua vita un motivo valido per scegliere di stare dalla parte dei più poveri della terra. pagina di Claudia Belleffi Ucciso nell’85, aveva 32 anni Ezechiele Ramin nasce nella parrocchia di San Giuseppe a Padova il 9 febbraio 1953, quarto di sei figli. Studia al collegio Barbarigo, dove prende coscienza della miseria in cui viveva una gran parte dell’umanità. Per questo organizza, sempre a Padova, il gruppo locale di Mani tese e porta a termine diversi campi di lavoro per sostenere dei microprogetti. In questo ruolo lo troviamo a Monselice e a Montagnana nel ’71 e ’72. Alla fine di quell’anno, decide di entrare tra i missionari comboniani. Si forma a Firenze, Venegono (Varese) e Chicago e fa esperienze pastorali tra gli indios del Sud Dakota e in un lungo periodo nella Bassa California messicana. Dopo l’ordinazione sacerdotale, nel 1980, si ferma in Italia. Fondamentale in novembre l’esperienza con i terremotati dell’Irpinia a San Mango sul Calore, dove per quaranta giorni porta tutto l’aiuto possibile a quanti erano stati colpiti, prodigandosi per i superstiti, seppellendo i morti e combattendo la camorra che subito si era data da fare per speculare sui soccorsi e la ricostruzione. Il 20 gennaio 1984 viene assegnato al Brasile, a Cacoal in Rondonia. Qui si trova immerso nella problematica indigena della ripartizione delle terre, di cui si fa carico fino al giorno del martirio, il 24 luglio 1985, per difendere il diritto dei più deboli – i contadini e gli indios Suruì della foresta amazzonica – a un fazzoletto di terra. La testimonianza / 1 Generoso e appassionato, a difesa dei diritti di tutti Federico Talami, suo professore al liceo classico del collegio Barbarigo a Padova «Di quanto hai dato a me con il cuore lo restituisco ora ai poveri». È il testo della cartolina che il 22 gennaio 1984 padre Ramin invia da San Paolo in Brasile a Federico Talami, suo professore di latino al liceo classico del collegio Barbarigo. Una corrispondenza fitta, fraterna e quasi filiale, li ha sempre legati concluso il tempo della scuola. Quando sentiva la necessità di capire più a fondo la realtà sociale e politica, di cui era fin da ragazzo appassionato, Lele si rivolgeva appunto al suo prof, da cui accettava e di cui incarnava, di volta in volta, i consigli e in cui aveva trovato un appassionato e al tempo stesso critico mentore. E dopo qualche anno dal “lei”, si è passati al “tu”. «Alto, simpatico, allegro, ma a scuola attentissimo, pronto ad assimilare ogni nozione, a procurarsi un patrimonio di idee e esperienze di cui è evidente l’uso in ogni suo scritto – ricorda Federico Talami – Era esemplare e cordialissimo con tutti i suoi coetanei, un grande e appassionato animatore. Rappresentava una presenza positiva in classe: studiava, si preparava, imparava a conoscere il mondo, scopriva la società, quella vicina, del suo ambiente e dei suoi compagni, e quella lontana della miseria del mondo». Erano gli anni “caldi”, successivi al ’68. «Sì, politicamente erano i tempi della violenta contestazione che operai e studenti, con finalità diverse, rivolgevano ai governi in carica negli Stati Uniti, in Europa e anche in Italia. Parecchi dei nostri ragazzi, che tra l’altro provenivano da diverse congregazioni religiose, si rendevano conto dei limiti e degli utopismi di essa, anche perché avevano motivazioni più profonde e serie, superiori alle ideologie. C’era però al tempo stesso bisogno di orientarli; e come professori avevamo tutti grande disponibilità a discutere, ad ascoltare, a confrontarci. Era una scuola viva, fatta anche di collaborazione e scambio attivo con i superiori delle congregazioni». Come maturò in Ezechiele l’idea di farsi missionario? «In Barbarigo si usava proporre alle classi più disponibili una mezza giornata di ritiro spirituale a Praglia o a Torreglia, a villa Immacolata. Nel 1972 a predicarlo fu padre Pietro Settin dei Comboniani, che svolse il tema della vocazione del profeta Giona. Finita la prima parte, tutti erano usciti dalla sala, solo Lele era rimasto un po’ in disparte. A padre Settin, che gliene chiese motivo rispose: “Sono io quel Giona che ha paura”. In realtà era solo un po’ incerto, ma tutti i suoi dubbi svanirono presto. Terminato il liceo Lele volle accompagnare i suoi genitori alla facoltà universitaria a cui aveva intenzione di iscriversi. Li fece salire in macchina, l’avviò e si fermò in via San Giovanni da Verdara, davanti all’istituto dei padri comboniani e disse: “Questa è la mia università”». Padre Ramin tornò al Barbarigo subito dopo la sua ordinazione. «Lo invitammo per un incontro con i ragazzi del liceo. Celebrò la messa e durante la predica illustrò anche i disegni simbolici che adornavano la stola donatagli dai messicani. Durante l’offertorio raccogliemmo del denaro che gli consegnammo. “Cosa devo farne?” mi chiese. “Comprati un breviario!”. E così acquistò l’ufficio divino in quattro volumi. Mi piace pensare che la preghiera donata dal Barbarigo l’abbia accompagnato». Che missionario era? «Di una generosità e passione straordinaria, sempre e costantemente indirizzato alla difesa dei più poveri, a lottare per i diritti di tutti. Aveva anche un grande carisma: era uno splendido animatore, esuberante, simpatico. Viveva ogni tensione all’estremo e non aveva paura di morire per i fratelli». Il giorno della morte, contro il parere dei superiori che avevano chiesto prudenza, padre Ramin uscì prestissimo di casa per incontrare i contadini riuniti nella fazenda Catuva, pronti alla lotta contro i latifondisti. «Partì alle cinque del mattino con la macchina della sua missione assieme al rappresentante dei contadini Adilio de Souza. Arrivati, Lele consigliò di evitare le violenze: “Il diritto si conquista con la ragione, non con le armi”. Attorno a mezzogiorno i due lasciarono la fazenda ma furono attaccati in un’imboscata da sette uomini. Ezechiele fu trucidato da cinquanta colpi di proiettile e prima di morire riuscì a dire ai suoi assassini “Vi perdono”. Solo il giorno dopo fu possibile recuperare il corpo. Nella primavera del 2003, in un incontro al Barbarigo con gli ex studenti e compagni di Lele, padre Settin ci confidò che dopo alcuni anni dalla morte di Ezechiele ritornò nella zona dove Lele era stato ucciso per cercare di capire. Scoprì che Adilio era proprietario di un terreno che evidentemente gli era stato donato dai latifondisti a titolo di riconoscenza per aver tradito padre Ezechiele». La testimonianza / 2 Un esempio di come creare fraternità e cammini di liberazione a colloquio con padre Daniele Zarantonello, comboniano, responsabile della pastorale vocazionale giovanile della congregazione a Padova Si è avvicinato ai Comboniani e ha fatto tra loro la sua scelta vocazionale e di servizio verso l’America latina proprio spinto dall’esempio e dalla storia di “Lele” Ramin. Pur non avendolo conosciuto personalmente, è legato a lui da una forte spiritualità d’intenti. Il giovane Daniele Zarantonello, ordinato sacerdote nel settembre 2005, oggi a Padova è responsabile della pastorale vocazionale giovanile della congregazione, il Gim, e del sito www.giovaniemissione.it (dove nella sezione “Testimoni” c’è un ricco spazio dedicato a padre Ramin). «Ripensare oggi a Lele – racconta padre Zarantonello – mi riporta a cinque anni fa. Ero diacono in Perù a Sanagorán, nella sierra nord, e mi era stato chiesto di scrivere una lettera per il libro Testimone della speranza, curato da Ercole Ongaro e Fabio Ramin, dove erano raccolte lettere e scritti di padre Ramin (il libro si può richiedere ai Comboniani di Padova, ndr). Per me è stato importante riprendere in mano la figura di Lele, che ha segnato la mia scelta di diventare missionario comboniano e di chiedere poi di lavorare in America latina. E la riprendo in mano oggi, ripensando non solo a Lele, ma a tutte quelle persone che hanno dato la vita per umanizzare la realtà e che continuano a essere fermento di nuove scelte di vita, cercando di stare con i poveri alla ricerca del Regno e della sua giustizia». Padre Daniele è in attesa di ripartire per l’America latina con il desiderio di poter vivere e incarnare un nuovo tipo di missione. «Sento forte – continua – il bisogno di ripartire dai poveri, senza potere e nella condivisione quotidiana con chi è ai margini. La congregazione si sta confrontando su come attuare e vivere sempre più un nuovo tipo di missione, la missione “di inserzione”, slegata cioè dalla dimensione economica e dalle strutture istituzionalizzate, come scuole, ospedali, anche se questo significherà esser meno incisivi sul territorio. Il “missionario inserito” è chiamato a vivere dove vivono i poveri e con la possibilità di autofinanziarsi il più possibile, di condividere con loro, e fino in fondo, il quotidiano. È necessario ripartire dal vangelo e stare con gli ultimi; ripartire dal punto di vista del fratello e sentirlo soggetto e non solo oggetto di pastorale, ed essere chiesa destrutturalizzata». Il motto che anima il giovane comboniano e i suoi confratelli è “Missione è sedersi dove il popolo siede e attendere che Dio avvenga”. «All’inizio del mio cammino – aggiunge – cercavo di vivere il voto di povertà limitandomi a una vita sobria, sicuramente indispensabile per un religioso. In Perù ho imparato a vivere il voto di povertà odiando con tutte le mie forze la povertà e amando intensamente i poveri, rispettandoli, camminando con loro e cercando di aprire cammini di liberazione. Il mio lavoro di missionario è essere guida nella notte, sentinella sulla muraglia, ponte di dialogo, tavola di pace, prendendo posizione dalla parte degli esclusi. Questo porta con sé un mucchio di problemi, minacce, delusioni, però purifica la fede, dà senso al mio essere religioso. C’è un mondo assetato di Dio che ci grida di non ripararci più dietro muraglie, per quanto religiose siano, e di sederci al focolare dei poveri, amarli sinceramente, ascoltarli, parlare il loro linguaggio, appartenere a loro. Fino alla morte. Voglio anch’io creare primavera, costruire fraternità, come Lele, e partire dai poveri, senza retorica. Quando sei in missione, la tentazione di scappare è forte, i problemi sono grandi, complicati, e quando ti ci metti non esci più! Ed è triste vedere vari religiosi vivere asserragliati nelle loro case, incapaci di amare i poveri per la triste abitudine di isolarsi in una campana di vetro, sperando che Dio faccia qualcosa, capaci solo di criticare. Sono grato a Lele per il suo esempio di vita. Vale la pena dare la vita per creare primavera, per aprire cammini di liberazione. E gli chiedo di pregare per me perché non perda mai la voglia di sperare e di lottare... “aunque de noche”».
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