Messa del Crisma – l’omelia del vescovo Claudio

giovedì 1 aprile 2021

MESSA DEL CRISMA – GIOVEDì SANTO – 1 APRILE 2021

Omelia

È ritornato il Giovedì della Settimana Santa.

È ritornato anche l’appuntamento della Messa del Crisma: è un buon segno!

Solo un segno perché ci ritroviamo in numero contingentato e perché anche i riti vengono ridimensionati, ma già noi apprezziamo questo. Lo scorso anno, ricordiamolo, non abbiamo celebrato pubblicamente la settimana santa con il suo triduo, centro dell’anno liturgico. Lo scorso anno siamo stati sorpresi e ci siamo trovati inesperti di fronte al Covid 19.

Quante iniziative in questo anno, quante speranze, quanti tentativi abbiamo messo in campo per attraversare quel momento… un momento che però non è ancora passato.

Dopo un anno di sforzi siamo stati raggiunti anche noi da spossatezza, scoraggiamento, preoccupazione. Non dobbiamo essere sorpresi di vedere in noi e attorno a noi queste reazioni.

Ci preoccupano l’assenza dei giovani dalla vita delle nostre comunità, la paura e l’insicurezza degli anziani; ci impensierisce la constatazione delle difficoltà economiche per le imprese, per gli esercizi commerciali, le attività culturali e artistiche, il turismo…

Il mondo economico, in effetti, vive opposti estremismi: qualcuno – pochi penso – sta guadagnando enormemente, altri – molti – stanno chiudendo i battenti. Qualcuno guadagna tanto altri stanno fallendo.

Si tratta di nostri amici e conoscenti; sono le famiglie del nostro territorio: ne soffriamo anche noi. Anche noi siamo coinvolti, grazie alla nostra sensibilità pastorale, in questa fatica sociale.

Ci è quindi affidata dalla Provvidenza una missione nuova: tenere accesa la lampada della fede, fede in Dio e nella sua Provvidenza, fede nella vita, dono di Dio che noi vogliamo servire e incoraggiare. La lampada della fede diventa fiducia nel prossimo, nei vicini di casa, nella politica, nelle istituzioni preposte al servizio del bene comune.

In questo tempo la nostra missione pastorale è chiara: portare coraggio e speranza!

Una missione affidata dal Signore a noi, insieme alle nostre comunità cristiane sparse in tutto il territorio, per tenere accese le lampade come vergini sagge e prudenti. È fatica resistere, è fatica conservare la speranza e distribuire la gioia del vangelo. Ma proprio per questo l’apporto spirituale che possiamo offrire alla nostra gente è oggi particolarmente prezioso: l’olio della consolazione ci è affidato perché sia portato a tutti! Noi cristiani siamo mandati a incoraggiare, a consolare, a nutrire e dare sollievo, a confortare tutti nel corpo, nell’anima e nello spirito. Come faceva Gesù che passava sanando e beneficando tutti coloro che erano prigionieri del male.

Sempre lo abbiamo fatto con gli ammalati, ora dobbiamo andare anche agli altri ammalati, quelli che soffrono nell’anima e nello spirito. L’olio della consolazione lo conosciamo, tanto che lo stesso cammino pastorale e spirituale proposto quest’anno – la carità nel tempo della fragilità – ne è espressione: quell’olio di consolazione è per la carità, per la vicinanza, per l’accoglienza, per l’ascolto… È pensato per trasformare le nostre comunità in oasi in cui trovare rifugio, in locande a cui essere affidati dal Samaritano e nelle quali accogliere i bastonati dalla vita.

Immagino una nostra possibile obiezione: anche noi siamo stanchi e scoraggiati. Dove trovare pane per tanta gente? Dove trovare gioia, serenità, speranze? Dove trovare il pane della carità, della giustizia, della solidarietà?

Per questo eccoci qui insieme, attorno al Signore Gesù che si alza nell’assemblea come nuovo Mosè, per proclamare che le promesse e le profezie si sono realizzate. E per annunciare che lui stesso ne è la realizzazione piena e definitiva: lui porta il lieto annuncio ai poveri. Noi siamo i suoi discepoli, coloro che egli ha incaricato per dare testimonianza della sua potente opera di salvezza: non possiamo tirarci indietro proprio adesso che siamo nel bel mezzo di tante difficoltà. E con questo spirito rinnoviamo pubblicamente come presbiterio le nostre promesse sacerdotali, destinatari del mandato di Gesù: «Date voi stessi da mangiare a questa gente».

Questa assemblea possiede anche la caratteristica di essere composta da rappresentanti, per cui partecipiamo non solo a titolo personale ma anche, e soprattutto quest’anno, a nome di altri. Siamo qui per i vicariati, per tutti i presbiteri anziani – ai quali va il nostro affettuoso e riconoscente ricordo – e per i presbiteri giovani. Alcuni diaconi ci ricordano tutti gli altri diaconi permanenti; i religiosi e le religiose ci ricordano gli altri uomini e donne di vita consacrata. Alcuni sono presenti a nome dei consigli pastorali parrocchiali e dei ministeri cosiddetti laicali; altre volte, magari, avremmo voluto trovare qualche pretesto per marinare questo appuntamento, quest’anno invece la nostra presenza è carica dei volti e delle storie di tanti nostri confratelli, e di tantissimi fratelli e sorelle che nei nostri territori vivono il loro battesimo.

Pregheremo per loro e con loro, ma anche in loro rappresentanza.

Dobbiamo quindi dare il meglio della nostra sincerità, il meglio della nostra preghiera, con tutta la nostra forza ed energia spirituali dobbiamo innalzare la nostra lode al Signore.

Al nostro vescovo emerito Antonio, ai religiosi e religiose, ai nostri diaconi permanenti, ai catecumeni e a tutti voi cristiani è affidata la nostra terra e quanto essa contiene: case, lavoro e tutti i suoi abitanti.

Tutto il mondo ha bisogno di essere rinvigorito. Per questo noi, qui presenti, chiediamo a nome di tutti che il Padre santifichi con la sua benedizione l’olio, dono della sua provvidenza. È l’olio degli infermi che vogliamo distribuire nelle nostre comunità perché ungano con la loro consolazione tutti coloro che soffrono e che sono prigionieri del male.

Come l’altro olio, quello del Crisma, che verrà utilizzato nella Veglia pasquale per la consacrazione di alcuni adulti qui presenti, è impregnato di profumo così il Signore impregni noi con la forza del suo spirito, ci doni il vigore e la potenza che emanano da Cristo. E come l’olio, che dal nome di Cristo viene chiamato crisma, così anche noi possiamo essere chiamati cristiani perché diffondiamo il suo stesso profumo: cristiani perché portatori del profumo della consolazione e dell’amore di Gesù, il Signore.

Vorrei sottolineare anche questa esperienza un po’ eccezionale di rappresentanza vissuta dai vicari foranei, dai diaconi, dai consacrati, dai preti giovani e anziani, da cristiani di alcune comunità. Si capisce che si tratta anche di un privilegio ma sarebbe troppo poco comprenderla solo così.

L’esperienza della rappresentanza è diventata un tema di dibattito quando si parlava di Eucaristia quotidiana senza la partecipazione di popolo: qualcuno ha continuato a vivere in comunione con la preghiera di Gesù che sempre prega per noi e che invita anche noi a unirci alla sua preghiera, come tralci alla vite.

È il senso anche della liturgia delle ore affidata alla Chiesa: non un dovere ma unione alla preghiera incessante di Gesù, il Signore, in rappresentanza dei nostri amici e figli che sono nel mondo. Non sono assenti o lontani ma in missione, in forza del battesimo, nelle vicende del mondo. Sapendo che Gesù prega per noi, anche noi ci uniamo a lui per amore dei cristiani delle nostre comunità e di tutte le persone che il Signore ama.

Anche la rappresentanza è un atto di amore, lo è in questo momento e così sia nella nostra vita.

È guardando Gesù che continuamente ci rappresenta presso il Padre, che trasformiamo questa esigenza di rappresentanza in esperienza di fede. Gesù è presso il Padre, seduto alla sua destra per noi, per sostenerci e difenderci; Gesù sempre prega per noi e si fa carico di ciascuno di noi. Perfino nell’ora ultima, quella della morte, sappiamo che non ci lascia e che ci accompagna al Padre. È il nostro difensore e intercessore. Ci vuole bene! “ Ci ama” dice l’Apocalisse.

+ Claudio Cipolla, vescovo di Padov

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