Mercoledì delle Ceneri: l’omelia del vescovo Claudio

Mercoledì 17 febbraio 2021 - basilica Cattedrale - testo e video

Il mercoledì delle ceneri segna l’inizio di un tempo prezioso, sacramentale.

Come ogni anno siamo invitati, noi cristiani adulti nella fede ma pur sempre in cammino, ad accogliere la chiamata del Signore che, con braccio potente e con la forza della sua parola, ci ha convocati in assemblea per prepararci e partecipare, in modo sincero, alla sua Pasqua.

L’appuntamento è il più significativo e importante di tutto l’anno: nei primi giorni di aprile celebreremo la Pasqua del Signore Gesù, l’Evento che ha stravolto le logiche del mondo ed ha instaurato quelle di Dio, un evento di grazia e di amore, di speranza e di pienezza di vita. Un Vangelo, una straordinaria lieta notizia!

Il Signore ci chiama a prenderne parte, ci invita e ci attrae, affascinandoci. Ha una parola che riguarda non solo la salute, ma la salvezza; non solo la vita presente ma anche quella che durerà per sempre, quella del cielo. È un Vangelo che riguarda per il nostro cammino di uomini e donne, quello concreto, storico, quello che come persone, come famiglie – per chi ha la grazia di averla –, e come Comunità stiamo attraversando.

Il nostro cammino infatti, sempre ricco delle prove e delle opportunità della vita, è quest’anno segnato da questa incontrollabile pandemia con le sue sorprendenti varianti.

Come ogni penitenza cristiana questa esperienza può aiutare a svegliarci e a prendere coscienza di noi stessi e delle incrostazioni che abbiamo accumulato nel tempo della spensieratezza e della leggerezza, della salute e del progresso. Il nostro cammino verso l’incontro con il Signore, verso la cena dell’Agnello, verso il cielo può venire rallentato e lo sguardo, rivolto alla Pasqua del cielo di cui facciamo misticamente esperienza nella liturgia, offuscato.

La sospensione delle nostre abitudini religiose, e talora rassicuranti, la destrutturazione della vita delle nostre comunità – orari e modalità di celebrazioni, numero e identità di partecipanti, incontri per i sacramenti come l’Iniziazione cristiana, i matrimoni, il sacramento della penitenza -, ma anche le preoccupazioni e le paure che condividiamo con tutti i nostri concittadini in ordine alla salute, alla vita economica e sociale, smuovono dentro di noi domande non indifferenti. È come l’aratura di un campo!

La tentazione è di non coglierle o di anestetizzarle perché ci fanno male, o di lasciarci intimorire perché ci indeboliscono, ci mettono in crisi.

La prima e più radicale domanda riguarda proprio la nostra fede e dobbiamo accettare la sfida di una sua verifica. Questo tempo quaresimale che inauguriamo solennemente è il momento opportuno. Vorrei ripetere con Paolo: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio; … non accogliete invano la Grazia di Dio».

In questo anno la nostra fede e la nostra speranza sono state messe alla prova: qualcuno può aver letto l’assenza del Signore o aver visto il Signore come colui che dorme sulla barca, o addirittura aver percepito l’inutilità del riferimento a Lui e al Padre celeste. Chissà cosa hanno vissuto di Dio coloro che, ammalati, si sentivano ormai più in mano alla morte che alla vita! Forse anche tra noi, non solo tra i pagani, si sono affacciati pensieri ironici come quello riportato al termine della prima lettura: «Dov’è il loro Dio?», oppure quello che mentre Gesù moriva sulla croce veniva espresso dal popolo «lasciamolo stare vediamo se viene il suo Dio a salvarlo!».

È cresciuta invece la nostra fiducia nella scienza e nella tecnica, nella politica e nella solidarietà volontaria, diventando quasi fede in un umanesimo che può fare senza Dio.

Abbiamo anche percorso strade nuove per “ricordare” e per mantenerci aggrappati a quello che sempre abbiamo vissuto: abbiamo attivato YouTube e altre attività streaming come zoom e skype…  Abbiamo attivato manifestazioni religiose con forme simili a quelle che si vivevano nel passato, ai tempi delle pesti, quando però il contesto culturale era molto diverso da quello attuale.

Ma in questo tempo penitenziale, una quaresima e un anno vissuti con l’ombra incombente della pandemia, è forse possibile un passo diverso, una ricerca nuova che non esclude la nostra intelligente partecipazione. È forse possibile guardare a Dio con un cuore nuovo, con tutto il cuore: “Ritornate a me con tutto il cuore, laceratevi il cuore e non le vesti!”.

La domanda che a me sorge come nuova riguarda la nostra relazione personale con il Signore Gesù e con il Padre suo e nostro celeste. Dov’era il Signore in questo tempo? Come e quanto abbiamo pregato e come ci siamo relazionati con lui in mezzo alle difficoltà? Che cosa abbiamo pensato di Lui e della sua volontà?  Quanto il nostro cuore è stato calmato dalla certezza del suo amore? Quanto, nel suo nome, ci siamo dedicati agli altri e siamo stati segno della sua carità proprio nella fragilità? Sempre Gioele, il profeta della prima lettura, parlando di Dio dice che è misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore!

Nel deserto la nostra fede, messa alla prova dalle circostanze, chiede di essere rinnovata, ringiovanita, rinfrescata. La fede è come l’amore: se nella prova non cresce rischia di spegnersi. Ed ecco allora il tempo della quaresima: con i suoi linguaggi e i suoi percorsi ci chiama alla conversione, a tornare al Signore nostro Dio, riportando e ricollocando ad espressione di doni di Dio le capacità degli uomini.

Il Signore Gesù, con la forza del suo Spirito ci chiama a fare Pasqua con lui e con lui a guardare alla vita della creazione e umana, da lui voluta e amata, come un dono per i suoi figli.

Nel triduo pasquale, con al vertice la grande veglia, madre di tutte le veglie, rinnoveremo le nostre promesse battesimali, cioè la nostra adesione a lui come il Signore della nostra vita. Dopo un anno che ha smosso e scosso le nostre abitudini, nella notte di Pasqua torneremo al Signore e gli diremo: “Signore, eccomi, ci sono; ci sono ancora, bisognoso della tua vicinanza e fedele ricercatore della tua presenza”.

In quella grande notte verranno introdotti nella vita della Chiesa i 17 adulti e 18 ragazzi. Sono coloro che hanno bussato alla porta delle comunità cristiane, dopo un percorso di circa due anni. Verranno inseriti in Cristo e nel suo corpo che è la Chiesa, rinasceranno dall’acqua come creature nuove, saranno riscaldati dal fuoco dello Spirito santo che li investe dando loro nuovi orizzonti di vita, e comunicheranno alla mensa dell’Agnello che ancora passa vincendo ogni dolore, sofferenza, malattia e morte.

Lo scorso anno non avendo potuto celebrare insieme la veglia pasquale, sono passato nelle varie comunità per sottolineare la rilevanza unica e straordinaria di questo momento. Sono stato a Cassola, ad Arten, al Santo di Thiene, a Casale di Scodosia, qui in Cattedrale, a Campagnola, a Camposampiero. Sono andato anche per sottolineare che dalla Pasqua nascono nuove creature, ma si rinnova sempre la Chiesa con tutte le sue comunità.

Quella Veglia diventa madre del nostro cammino: ci chiama, ci aspetta! È il Signore che ci convoca per vivere una grande, profonda, intensa esperienza di incontro con lui. Ma forse è straordinario sapere che non soltanto ci chiama ma addirittura lui viene a prenderci e a guidarci perché è il vero protagonista della Quaresima.

Dopo un anno come questo, forse anche umanamente, ne sentiamo il bisogno.

Prepariamoci con un tempo adeguato e lasciandoci educare dalle proposte di preghiera, di carità che possono liberarci dal nostro io e possono immedesimarci in Gesù: l’austero rito delle ceneri sia una nostra simbolica risposta.

  + Claudio Cipolla, vescovo

 

L’intervista al vescovo dopo la celebrazione