L’omelia del vescovo Claudio per la Giornata mondiale per la Vita consacrata

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Religiose, religiosi, membri degli istituti secolari, eremiti, eremite, sorelle dell’ordo virginum… i consacrati della Chiesa di Padova  si sono ritrovati sabato 1 febbraio (anticipando la festa della Presentazione al tempio di Gesù, 2 febbraio) nella chiesa dell’Opera della Provvidenza Sant’Antonio a Sarmeola di Rubano, insieme al vescovo Claudio, che ha presieduto l’Eucaristia, per rinnovare l’impegno della loro consacrazione nelle varie forme di vita consacrata, ringraziare il Signore, in modo particolare per i giubilei di professione raggiunti (in particolare i 25mi e 50mi di professione religiosa), e pregare per il dono di nuove vocazioni.


L’omelia del vescovo Claudio Cipolla

 

Mentre lo scorso anno ho chiesto di riflettere sul dono che voi fate alla Chiesa della vita comunitaria, quest’anno desidero richiamare la vostra attenzione su un aspetto della nostra vita che in questo momento mi sta particolarmente a cuore: il dono del celibato e della verginità. Uno strano pudore confina questo tema in un ambito strettamente personale. Diventa invece argomento dibattuto e doloroso quando finisce sui giornali a motivo di qualche scandalo. Allora, come preti, diaconi celibi, uomini e donne consacrate ne usciamo screditati e le nostre comunità vivono giorni amari. Il dibattito poi che ne segue non è mai lucido: per alcuni la verginità ed il celibato diventano una forma di vita sorpassata, da cancellare; altri la sostengono, ma in modo poco convincente.

Allo stesso tempo destano stupore e gratitudine quei consacrati che nella serenità e nel silenzio continuano nelle loro giornate a donare quell’affetto forte e sincero, limpido e casto, che tocca i cuori delle tante persone che a loro si rivolgono per uno sfogo, un consiglio, una condivisione. La vita che abbiamo scelto non è prima di tutto una mancanza – certo la rinuncia è presente e in alcuni tempi può essere più sentita e faticosa –, ma la nostra vita è prima di tutto la dedizione piena e consapevole ad un amore totalizzante: la persona di Gesù. Come il mercante che cerca perle preziose e vende tutto quando trova una perla di grande valore, così abbiamo trovato anche noi la perla preziosa dell’Amore. Abbiamo scelto Lui come sposo, amico, signore, compagno, fratello, tesoro o meglio Lui ci ha chiamato a vivere un’intimità tutta speciale con sé. L’innamoramento dei primi tempi, attraversando forse anche stagioni di buio e di silenzio, è diventato sempre più amore vissuto, sperimentato, fedele. La nostra vita è dialogo con il Signore che richiede tempi e spazi per essere custodito.

Forse avremmo bisogno di raccontarci questo cammino fatto di amore e di silenzio, di come stiamo nella solitudine e nella comunione con Dio e con gli altri. Potremmo prenderci più cura gli uni degli altri, da veri fratelli e sorelle, e sostenerci reciprocamente in quegli impegni di amore fedele e totale che ci siamo assunti nella Chiesa, davanti a Dio. I Vangeli non esplicitano “teorie” sul celibato. Riportano la scelta che Gesù ha compiuto: vivere da celibe per il Padre e per i fratelli. Era celibe non casualmente né per comodità né perché disprezzasse la sessualità ma perché era dedicato interamente al Regno di Dio. Nella relazione di Gesù con i discepoli, con i bambini, con le prostitute e i pubblicani, i malati e i lebbrosi e perfino con i farisei, c’era un amore appassionato. Egli ha donato la vita per i suoi amici e ha invitato i discepoli a fare altrettanto. La generosa risposta alla chiamata, mettendo come lui tutto della nostra vita, anche il dono della sessualità, al servizio di Gesù per il Regno, è una risorsa, un modo di amare, non un problema e questo dona pienezza alla nostra esistenza.

Anche noi che viviamo nel celibato o nella verginità consacrata non sappiamo sempre trovare le parole adatte per esprimere o sostenere la nostra condizione di vita davanti al mondo. Però c’è un fatto: la stiamo vivendo per Dio e a servizio di una comunità. È una decisione che abbiamo preso al seguito del Signore, per amare di più. Al pari di Gesù, noi testimoniamo il Regno se mostriamo che la nostra vita è resa bella da questo, se la nostra disponibilità al prossimo è in un certo senso “liberata” dalla scelta della castità. Maria, sempre vergine, con la sua vita interamente donata fino ai piedi della Croce, dove diviene anche nostra madre, ci ricorda che la verginità consacrata e la totale donazione al ministero sono sorgente di una fecondità misteriosa ma reale.

La nostra è stata una decisione personale ma non privata: abbiamo assunto degli impegni solenni al cospetto di Dio e della Chiesa. Il ministero o la consacrazione ci espone, ci rende persone pubbliche, “rappresentanti” delle comunità o di un carisma religioso di fronte al mondo. È una responsabilità che non possiamo dimenticare. Quello che ci compete personalmente è di crescere in questa testimonianza, educandoci a quegli atteggiamenti e praticando quei comportamenti che non riducano la verginità ed il celibato a una donazione di facciata, a semplice etichetta. Lo facciamo per amore dei fratelli che vogliamo servire e vogliamo servirli al meglio. Siamo d’accordo non c’è nessun male ad amare: amare qualcuno non può mai allontanare da Dio se guidati dal Vangelo. Ciascuno è chiamato ad amare ma nella fedeltà alla propria vocazione. Ci siamo impegnati in una vita celibataria e verginale in un passato più o meno recente ma siamo consapevoli che il celibato è grazia da accogliere quotidianamente. Le motivazioni che ci hanno guidato ieri probabilmente non sono quelle che ci sostengono oggi. Forse incontri, simpatie, condizioni, tempi di vero deserto hanno segnato la nostra storia ma non per questo l’hanno interrotta; quello che oggi ci sostiene non è più l’esuberanza degli inizi ma un’esperienza più profonda che porta con sé oltre alle ferite una fecondità e un’intimità che ieri non conoscevamo. A partire da questo possiamo ri-scegliere ogni giorno la nostra donazione totale al Signore nella comunità. Conta l’attualità del nostro amore. Da questo amore di oggi, e solo da questo, dipende la fedeltà al nostro impegno di ieri, non tanto dalla purezza e dall’entusiasmo della decisione iniziale. Questo noi lo ripetiamo alle coppie sposate, a chi vive momenti di ripensamento, ma vale prima di tutto per noi. Del resto, non possiamo avere una parola autorevole nei riguardi dei fratelli che ci sono affidati, se non riconosciamo che le loro mancanze e tentazioni sono anche le nostre e se non offriamo loro la testimonianza di una vita che, dentro alle fatiche, rimane aperta alla conversione e al dono di sé.

A proposito di mancanze e tentazioni, è onesto da parte nostra tener conto di una cosa: nessuno di noi può sottrarsi alle dinamiche che caratterizzano la stagione culturale in cui viviamo. Esse influenzano fortemente l’area affettiva e sessuale, dei singoli e dei gruppi. Osserviamo questo negli altri e offriamo loro ascolto e aiuto. Ma quanto questa “stagione” sta influenzando il nostro modo di essere e dunque di amare? Il ruolo, il compito che abbiamo di testimoniare e predicare agli altri rischia di farci dimenticare quella “fatica di vivere” che condividiamo con ogni uomo e donna, vecchio e bambino, malato e povero. Potremmo dispensarci da quella fatica che chiediamo di sostenere ai nostri fratelli e alle nostre sorelle? O accettare di vivere nell’ambiguità relazioni o situazioni incompatibili con la dedizione richiesta dal nostro impegno apostolico? In fondo percorrere per primi con umiltà e sacrificio questo cammino del nostro cuore è già sorgente di fecondità per la Chiesa. Il discepolato cristiano è sempre un itinerario. È chiaro: vivere nell’ambiguità di relazioni e abitudini morali non consone al proprio stato di vita – condurre una “doppia vita” in altre parole – è la negazione di ogni crescita. Ma un’esperienza matura della sessualità non può non fare i conti con la possibilità che la vita affettiva incontri blocchi e involuzioni, così come per ogni uomo e donna la vita affettiva non è una vita ordinata che si deve solo preservare, ma un cammino verso una verità cercata e mai trovata in modo definitivo. Il discepolato è sempre un itinerario e in questo percorso esiste la notte, ma non c’è notte che non possa aprirsi alla luce di Gesù. In questa prospettiva, il tema della crisi e della prova trova nel vissuto spirituale la sua più vera rilettura e risorsa. Va senz’altro apprezzato e tenuto in seria considerazione il ricorso al sostegno psicologico per individuare e curare quelle ferite e dinamiche che stanno a monte di alcune fragilità ma non va considerato come terapia unica ed esaustiva. In molti casi è necessaria, mai sufficiente. Poiché la scelta celibataria e di vita consacrata orienta verso la stessa donazione totale di Gesù riguardo al Regno e alimenta il legame con il Signore, questa ci consente di assumere nella maniera più piena la nostra verità di persone dedicate alla Chiesa per amore del Signore. È necessario sempre ripartire da qui, dal nostro rapporto con il Signore. Il celibato e la verginità consacrata non reggono nella storia di chi riduce l’apostolato all’attivismo, di chi non ha una vita di preghiera, di chi non fa dell’Eucaristia la sorgente e il sostegno della sua fedeltà; anche la decisione di stare con i poveri e di sentirsi parte della Chiesa sono necessarie per dare significato al nostro celibato e alla nostra verginità.

Carissimi, ci mettiamo anche noi tra coloro che fanno fatica, siamo anche noi in cammino e ci piace stare con tutto il popolo di Dio affrontando con speranza l’inestimabile dono della vita con le sue sfide, invocando la misericordia del Signore e la forza del suo Spirito per rispondere sempre generosamente ed umilmente alla sua chiamata.

Sappiamo anche che voi, consacrati al Signore, ci precedete nel credere, nel fare esperienza e nella testimonianza che il Signore Gesù è tutto, che Lui solo basta a dare senso ad una vita, che voi siete i figli e figlie della sua Risurrezione annunciando già da ora il mondo che verrà, quando il Signore sarà tutto in tutti.

Anche noi ci presentiamo al tempio come Gesù e lo accogliamo tra le braccia come Simeone e Anna. Ci aiutano i fratelli e le sorelle ospiti di questa casa della divina Provvidenza sulla quale c’è uno sguardo particolare del Padre.

Anche noi guardando Gesù proclamiamo: ora lascia o Signore che il tuo servo vada in pace… perché è Lui luce della nostra vita.

+ Claudio Cipolla, vescovo di Padova